Mongolia


Che io possa divenire terra,
Che io possa divenire cielo,
Che io possa divenire la montagna,
Che io possa divenire il mare.
Che io possa crescere, allargando ed allungando il mio corpo,
fino a disperdermi nel Vuoto dell’Infinito.

ITINERARI:

Spunti e riflessioni sul viaggio a cura di Selene Calloni Williams

Taiga, laghi cristallini, prati verdi, fiumi, yak. La Mongolia è un territorio difficile, a tratti inospitale, ma regala paesaggi mozzafiato. Natura incontaminata e tradizioni intatte ne fanno poi, per chi è alla ricerca di culture che vanno scomparendo, una meta d’ eccezione. Quindi, dopo un’immancabile visita alla capitale, Ulaanbaatar, che con i suoi settecentomila abitanti raggruppa un terzo dell’intera popolazione, ci sposteremo a Nord, vicino alla Siberia, in una regione di favolosa bellezza naturalistica. Raggiungeremo le sponde del lago Khovsgol, la Perla Blu d’Asia, sacro per i Mongoli e dalle acque di purissima limpidezza. Il lago si trova a quota tremila metri, circondato da montagne maestose coperte da foreste di larici siberiani, pini, e prati ammantati di fiori selvatici.
Il territorio, abitato dagli argali, le tipiche pecore selvatiche, da orsi bruni, alci, castori, martore, linci, stambecchi, renne, è una riserva naturale straordinaria e un paradiso vergine, selvaggio. Qui vivono i Tsaatan, gli uomini-renna (Tsaa renna, tan uomo o più precisamente comunità, appartenenza), ridotti a poche centinaia e nascosti tra i monti Sayan, tra i 1800 e i 3500 metri di quota, in condizioni difficilissime: la sopravvivenza continuamente messa a rischio da un clima feroce, con estati brevi, mentre durante il resto dell’anno, la temperatura scende fino a 60 gradi sotto zero e il terreno diventa una coltre di ghiaccio per lo spirare del vento artico.
Immancabili nel viaggio, accanto alla natura magnifica, alcune tappe per ammirare le opere dell’uomo: il Monastero di Amarbayasgalant Khild, ad esempio, meraviglia architettonica. È stato il ritiro dei Dalai Lama mongoli, i Bogd Khaan Javtsundamba. Si trova nella valle del fiume Iven, ai piedi di una maestosa catena montuosa, il Burenkhan. Per volontà dell’imperatore fu la dimora delprimo Bogd Khaan o Undur Gegeen, Zanabazar. La sua superba architettura è quella tipica dei templi tibetani, tetti curvi, statue di demoni, iscrizioni in mandarino. Oltre tre tonnellate di argento furono impiegate nella costruzione; purtroppo un immenso numero di reliquie, libri, tanga e statue del Buddha furono distrutte durante le purghe staliniste. Dopo un’opera di il restauro, il monastero venne riaperto nel 1990.
Faremo passeggiate a piedi o a cavallo, andremo in kayak sul lago, o alle sorgenti calde di Bulnai, per proseguire fino alla Dayan Derkhiin, grotta ritenuta sacra dagli sciamani locali. Una visita al museo di Chandiman-Öndör ci introdurrà alla cultura etnica locale.

Il ritorno a Ulaan Baatar offre l’occasione di visitare il Palazzo d’Inverno, in cui visse l’ottavo Buddha vivente, o il più grande e importante monastero della Mongolia, il Gandantegchinlen Khiid, letteralmente il luogo meraviglioso della gioia completa.

Un Paese in uno sguardo

La Mongolia è un paese non ancora toccato dal turismo di massa, forse per le sue dimensioni, i suoi inverni gelidi, e per la bassissima densità di popolazione. Grande tre volte la Francia, ha soltanto due milioni e mezzo di abitanti, la più bassa densità del mondo.
La geografia della Mongolia è molto eterogenea. Il Paese è diviso in sei regioni climatiche, ognuna diversa per clima, paesaggio, terreno, flora e fauna. I paesaggi del Kanghai portano i segni di antichi processi vulcanici: fiumi di lava, colline coniche e sorgenti minerali calde. La vegetazione qui è ricca e varia, con i pascoli migliori dell’intero Paese.
Khangai, letteralmente appagante, che soddisfa un bisogno o un desiderio, è usato in Mongolia per definire le zone dove i pascoli sono verdi e abbonda l’acqua dolce.
La popolazione è nomade, ma a differenza di altri etnie il mongolo non vive in tribù ma in nuclei famigliari, di cui il ger, la tenda, è l’elemento centrale. Poche ger ben distanziate rappresentano un nucleo famigliare allargato. All’interno si trovano un altare, di solito orientato a nord, ai lati i letti. Il sostegno centrale della tenda simboleggia il centro, l’asse del mondo. Ogni famiglia bada a se stessa, e solitamente non chiede alcun aiuto al mondo esterno. Il nomadismo ed il cavallo sono le basi della vita ormai da secoli, ed è forse questa la ragione per cui i grandi imperi mongoli hanno sempre avuto vita breve. Una volta perso il capo carismatico, le numerose etnie, a volte litigiose, si sono di nuovo separate, in un territorio talmente vasto da rendere estremamente difficile mantenere la necessaria centralità di un impero. Del resto, esclusi i Khalkha, l’etnia più numerosa, con due milioni di rappresentanti sparsi in tutto il Paese, pari all’86% della popolazione, le minoranze non superano le ottantamila unità per ceppo ma in molti casi ne contano poche migliaia. I più sparuti sono i Tsaatan, che sono appena 250. Minuscolo gruppo etnico di origini turche, apparentati ai Tuvani, sono senz’altro la popolazione più interessante e mistica nella regione remota della taiga. Animisti, le loro divinità sono l’Eterno Cielo Blu e la Madre Terra, conservano la loro antica, originalissima cultura basata su riti sciamanici e allevamento delle renne. La renna è la sola fonte della loro sopravvivenza ed animale sacro: la più vecchia è lo spirito-guida della famiglia e viene ornata con nastri colorati.
Nomadi da sempre, compiono anche sei migrazioni all’anno benedicendo il nuovo terreno dell’accampamento con latte di renna. La spiritualità è per loro unione con la natura, è guida dell’esistenza. A interpretarne i segni c’è lo sciamano, che vive isolato, lontano dalla tribù, che lo chiama in caso di necessità, essendo lui al tempo stesso psicologo, guaritore, divinatore e psicopompo. Boo (uomo) o udgan (donna) che sia, può essere consacrato sciamano attraverso due vie: udmyn, se eredita i propri poteri, o zlain, se lo diventa a seguito di visioni, di episodi che un occidentale definirebbe allucinatori. Così, come accade, del resto, in altre culture sciamaniche, quel che i nostri occhi leggono come follia, malattia mentale o fisica, da normalizzare, qui apre la via verso un potere di visione e di conoscenza ampliato: la trance, entrando nella quale lo sciamano allontana i lus, glispiriti maligni, le malattie o accompagna l’anima del morente verso i mondi di transito.