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Reportage di Viaggio - Tibet - Agosto 2005

Il Nagkpa e lo Sciamano di Selene M. Calloni Williams

Il ngapka

Rashid prende il mio posto alla guida del gruppo. È soprattutto grazie a lui, che non trascura mai di chiedere informazioni ai nomadi che incontra, che, dopo qualche giorno di ricerca, gli amici che hanno continuato il viaggio riescono a scovare una delle figure più suggestive del Tibet visionario. un ngakpa.

I ngakpa sono maestri dello yoga tantrico, essi vivono per lo più isolati, in eremitaggio, sono depositari della tradizione Dzogchen, che rappresenta la via dei Tantra più elevati, il cammino considerato il più rapido e intenso. Dalle popolazioni nomadi e da quelle stanziali che abitano nei villaggi, i ngakpa sono ritenuti degli psicopompi, ovvero dei conoscitori del regno del post mortem . Essi vengono chiamati al capezzale dei defunti per accompagnarne l'anima nei mondi del transito che, secondo la tradizione dello yoga tantrico, si estendono tra la morte e una successiva rinascita.

Il rituale dell'accompagnamento dell'anima del morente si trasforma in un insegnamento per i vivi che compiono la veglia funebre. Raccontando le prove che l'anima deve superare nel post mortem , il ngakpa dona, infatti, rivelazioni per la vita. Le parole che il ngakpa sussurra davanti al capezzale del defunto sono ispirate alla tradizione del Bardo Tosgrol, il Libro Tibetano dei Morti, che la leggenda attribuisce a Guru Rimpoche stesso. Il ngapka spiega che la "chiave segreta dell'arte del morire" è nel non avere paura e nel mantenere, in ogni momento, durante la morte e durante il transito tra la morte e la successiva rinascita, un'attenzione vigile e costante.

La paura ci costringe a non guardare, offusca la visione e fa cadere la coscienza nella fossa dell'oblio, per cui diveniamo preda delle forze avverse e vittime degli eventi che ci trascinano a nostra insaputa. La chiave segreta dell'arte del non avere paura, consiste nel ricordare a se stessi incessantemente che tutto ciò di cui si va facendo esperienza è una nostra stessa emanazione, un sogno, un'illusione, mentre la realtà altro non è che chiara luce senza interruzioni. Anche il corpo è un "veicolo di pura apparizione" che si dissolve e si riforma come un'ombra che appare e svanisce secondo il cammino del sole. Presa consapevolezza della vacuità dell'oggetto e del corpo, la paura svanisce; si comprende, infatti, che nessun pericolo è reale, giacché neppure il nulla può nuocere al nulla.

Ancora oggi l'ottanta per cento dei tibetani sceglie di avere una sepoltura a cielo aperto. Esistono luoghi per i funerali, nei quali e severamente vietato recarsi con telecamere o macchine fotografiche, dove i cadaveri vengono tagliati in piccoli pezzi per essere dati in pasto agli uccelli.

Lo sciamano

Lo sciamano è un guaritore, un conoscitore dei segreti profondi del corpo e dell'anima. Egli ha appreso ciò che sa non dalle letture e dai libri, ma per via estatica, per rivelazione. Lo sciamano, dunque, è innanzitutto uno specialista dell'estasi, della trance, degli stati ampliati di coscienza. I suoi maestri sono gli stessi dèi e demoni di cui l'impervia e potente natura del Tibet è carica. Al pari degli yogi, dei lama, dei monaci buddhisti, dei ngapka e di tutti i mistici, la sua verità è poetica, non letterale. Il mondo per lui è frutto del potere visionario dell'uomo e l'uomo è una conseguenza del potere visionario dell'anima e persino l'anima è un frutto della visione: tutto è visione.

In un mondo dove l'illusione è illusione e la realtà è anch'essa illusione, lo sciamano è un illusionista che estrae dai corpi dei propri pazienti la malattia senza praticare ferite, che si traveste per incarnare il proprio spirito guida, il quale gli dice il da farsi, sulla base di una conoscenza antica quanto l'Himalaya. Lo sciamano è un poeta che si nutre di verità metaforiche e non oggettive, un figlio degli spiriti, uno spirito a sua volta, un bandito per la ragione, che non lo comprende e si sforza di smascherarlo. Ma lo sciamano intende il proprio travestimento come lo stesso travestimento che indossa la natura nel suo eterno gioco.

 

Yogi, tantrici, lama, eremiti, poeti, ngapka, sciamani, spiriti e signori della terra, incarnano la parte irrazionale dell'uomo, che nella nostra tradizione occidentale, scientifica è sempre stata associale al femminile. Qui, in Tibet, dove la terra è l'inconscio, il cosiddetto tantra madre, ovvero la tradizione esoterica dei misteri, appare, ancora viva, malgrado le violenze, i crimini, la distruzione sistematica dei monumenti religiosi e la profanazione di qualsiasi luogo, oggetto, ritiro spirituale, operata in Tibet dalle Guardie Rosse durante la Rivoluzione culturale, la quale voleva l'eliminazione dei "quattro vecchi": pensiero, cultura, usanze e tradizione.

Il Tibet ha, tuttavia, ancora un patrimonio di opere d'arte sacre di inestimabile valore la cui salvaguardia è affidata agli sforzi internazionali. Oggi, i visitatori che lasciano il Tibet lo fanno con un senso di tristezza nel cuore, con la consapevolezza che salvare il Tibet, la sua immagine, la sua cultura e ciò che esse significano per il mondo, sia un'ardua impresa. Un compito difficile di fronte al quale, però, è necessario non arrendersi.

 

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Il Ngapka e lo sciamano