Più ci si avvicina all'Himalaya, e alla magica Shamballa, più la spiritualità di cui l'India è intrisa si fa selvaggia e a tratti richiama la follia. Quale è la linea di demarcazione tra illuminazione e follia? Da quando esiste la psicologia, gli psicologi si interrogano su ciò. Sono felice che mio figlio sia venuto con me, alla fine. Ritrovare Katmandu è sempre una festa per me. A Katmandu la divinità danza, una danza estatica, folle, che trascina. Non serve spiegare, se ci provi, fallisci. Katmandu per me è quasi una meta obbligata prima del Tibet, perché ho sempre avuto la sensazione che ogni conquista autentica passi attraverso un momento di follia, nel quale gli schemi ordinari vengono messi a soqquadro. A Katmamdu sono presenti tutte le principali religioni del mondo, ma sono tutte nude, cioè tutte irrefrenabilmente tantriche. Qui domina il tantra: lo stato naturale.
Qui il sacro non si protegge agli occhi del mondo, non sta chiuso nei templi e nei tabernacoli, balla per le strade, si mostra nei fumi delle pile funerarie lungo le sponde del fiume, nella nudità dei sadu, nella loro follia, nel fumo dei loro chillum, nei ritmi dei loro canti. Dovunque il sacro non si protegga appare, agli occhi di chi lo osserva nudo,come una potente dissacrazione.
Con i suoi falli e le sue vulve di pietra erette ad altare, con la morte che dona spettacolo di sé, con la vita che brucia la vita, con i santoni imbottiti di marijuana che passano il tempo spillando soldi ai turisti, con gli ultimi "figli dei fiori" che solo qui ormai possono ancora esistere, Katmandu è uno dei luoghi più sacri e più folli al mondo.
La prima cosa che faccio arrivando a Katmandu è come un rito per me: brindo con una Himalaya beer alla mitica Shamballa, forse anche po' per esorcizzare la fatica del lungo viaggio che mi aspetta lasciando la città per attraversare le verdi e lussureggianti foreste del subcontinente indiano, fino ai desolati altipiani del Tibet.
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