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Reportage di Viaggio - Birmania - Febbraio 2005  

Celebrazione dei riti a Bagan
di Selene M. Calloni Williams

Dopo il lango Inle visitiamo luoghi meravigliosi. Il Wooden Monastery, un monastero in legno su palafitte, in tradizionale stile Shan, che sorge a Taunggyi, non molto distante dal lago Inle. Il monastero è adibito a scuola per monaci bambini.
Sempre nello stato Shan, entriamo nelle grotte naturali di Pindaya, nelle quali sono state collocate nell’arco di numerosi anni molteplici statue del Budda di ogni dimensione.
Ma con la passione per gli spiriti nel cuore, non vediamo l’ora di arrivare a Bagan.
Dopo aver assistito a quel rito di esorcismo, celebrato alla periferia di Yangon, Martin si è dato assai da fare al fine di organizzare per noi un rito sciamanico, telefonando ad amici da ogni albergo nel quale ci siamo fermati lungo il nostro cammino.
È riuscito ad ottenere il permesso di celebrare il rito proprio a Bagan, la città ove i culti dei nat sono più vivi, e proprio alla base del sacro zedi (stupa) di Swezigon, dove sono collocate le statue dei 36 nat più potenti della Birmania.
Di nuovo non vuole saperne di venire con noi, ma, alla fine, il suo senso del dovere prevale e ci accompagna.
La roccaforte dei seguaci dell’animismo è meta di turisti, ma qualcosa ci dice che l’intimità del nostro rito non verrà disturbata.
Fu il re Anawrahta (1044-1077), fondatore di quello che i birmani definiscono il Primo Impero Birmano, a scegliere il buddismo theravada come religione sociale al fine di dare unione e solidità al proprio impero.
Come era accaduto a Costantinopoli, dove Costantino il Grande aveva dato un fondamento sociale al proprio impero sull’affermazione del cristianesimo come religione di stato, così a Bagan il re Anawrahta decise di ancorare il proprio impero alle solide basi morali del buddismo theravada.
Convertitosi egli stesso al buddismo theravada, Anawrahta segnò con decisione la svolta del Myanmar dalla religione indù e buddista mahayana alle dottrine del buddismo theravada.
Come Costantino aveva represso ferocemente l’eresia, affermando l’unità della chiesa, così Anawrahta, deciso a imporre il buddismo theravada come unica religione del proprio impero, combattè duramente il culto dei nat. Ordinò che i santuari dedicati agli spiriti fossero distrutti nel suo impero e confinò le icone indù, principali veicoli dell’animismo bamar, in un tempio sconsacrato di Vishnu, che venne chiamato Nathlaung Kyaung, ovvero Monastero dei nat prigionieri. Questo monastero è ancora oggi visibile tra i resti delle migliaia di stupa di Bagan, ma i nat, se mai vi furono catturati, se ne andarono molto presto.
La popolazione, infatti, non abbandonò mai il culto degli spiriti, ricostruendone i simulacri nelle proprie case e restaurando privatamente ciò che pubblicamente era stato distrutto.
Il re Anawrahta dovette rendersi conto che la sua politica repressiva non solo non era efficace contro l’animismo, ma, anzi, rischiava di fomentare ribellioni nei confronti del buddismo theravada.
Così annullò il suo precedente divieto di costruire santuari dedicati ai nat e acconsentì alla presenza delle immagini degli spiriti nel suo impero.
Tuttavia egli fece sì che gli spiriti fossero, in qualche modo, subordinati alle immagini sacre del buddismo, creando, comunque, una gerarchia di valori in cui i principi razionali della buona condotta, che animano la religione sociale, prevalessero sui valori istintivi della religione di natura. L’etica fissata dai parametri della ragione e le gerarchie dei valori della logica dovevano necessariamente prevalere sulle inconsce forze dell’ombra per dare coesione, forza, prosperità e salute al Primo Impero Birmano. Così Anawrahta ebbe una trovata geniale: collocò alla base dello stupa di Shwezigon a Bagan, capitale del suo impero, le statue dei 36 nat più potenti, ma ve ne aggiunse un trentasettesimo, Thagyamin, che soppiantò il precedente re dei nat.
Thagyamin è un raffigurazione di Indra, divinità indù che, secondo la mitologia tradizionale buddista, rese omaggio al Buddha su incarico di tutti gli dèi indù. In questo modo i nat vennero subordinati al Buddha.
Ancora oggi la popolazione bamar considera il Buddha come il più importante riferimento religioso, seguito dai nat indù e infine dai nat bamar. Eppure, malgrado ciò, i nat bamar sono i più evocati, celebrati e temuti nei culti e nei rituali popolari. La gente, infatti, ha deciso di affidare al Buddha le questioni inerenti la propria vita futura, ma per propiziarsi gli eventi di questa vita, fare giustizia o operare guarigioni nella vita quotidiana ricorrono ai nat
Molto venerati sono anche i nat degli alberi. Non è difficile, viaggiando per il Myanmar, incontrare piccole casette costruite sulle radici o sui rami di un vecchio albero: sono i santuari dei nat degli alberi ai quali i credenti fanno periodiche offerte di cibo, acqua, profumi e luce a mezzo di incensi e candele.
Il culto, il rispetto e il timore reverenziale per gli spiriti è una realtà effettiva nel Myanmar. I birmani dimostrano di considerare quei particolari eventi psicologici che la psichiatria definisce “crisi psicotiche” come possessioni spiritiche.
“Una persona posseduta da un nat”, ci racconta Martin, “sente voci e impulsi violenti che la vorrebbero spingere a compiere gesti folli, socialmente inaccettabili o pericolosi per se stessa e per gli altri”.
Il rito sciamanico crea un contesto al di fuori della morale razionale, un momento in cui, al suono frenetico dei tamburi è possibile agitarsi, divorare carne, provocarsi piccole ustioni, bere, fumare, compiere gesti osceni, pronunciare parole violente e scurrili, dissacrare tutti i valori più cari alla ragione, divertirsi con ciò che, in condizioni normali, fa più paura alla gente: il sesso, il denaro, il sangue, il fuoco, ecc. In questo contesto le forze dell’ombra si liberano. Gli dèi recitano se stessi sul palcoscenico del rituale sciamanico. Alla fine del rito, felici di essersi rappresentati, un po’ con eventi concreti, ma soprattutto a mezzo della fantasia e dell’immaginazione, gli dèi liberano il corpo di colui che hanno scelto come loro strumento.
Gli spiriti vanno placati con riti e offerte; ad alcuni di essi piace l’alcol, ad altri la carne cruda, il tabacco, il denaro, il sesso o la danza: il rito è il momento in cui l’uomo concede alle forze inconsce della psiche un riconoscimento al fine di propiziarsele, ovvero di poterle vivere come energie costruttive e non distruttive nel contesto della sua vita quotidiana.
L’arte di esistere in equilibrio tra la forza istintiva e il controllo razionale, tra l’urgenza del sacro, del sacrificio, del bisogno di darsi, da un lato, e la volontà di affermarsi e conservarsi, dall’altro, si può apprendere a Bagan guardandosi intorno con sguardo un po’ più attento di quello che compete al normale turista. Questa arte è nel saper rappresentare gli spiriti senza esserne posseduti in modo irreversibile, nel poter vivere quanto la voce degli dèi sussurra a mezzo del potere visionario, senza agire nel concreto il loro volere.
Gli spiriti, gli dèi, infatti non vanno mai presi alla lettera, essi parlano per metafore. Ciò che raccontano è simbolo del sacro; va vissuto in modo poetico e visionario.
Gli sciamani di Bagan danno vita per noi a riti straordinari, uno di mattina, alla base del sacro zedi (stupa) di Swezigon e l’altro di notte, in riva al lago: belle le danze, i costumi, i suoni tribali dei tamburi, belle le storie dei nat che gli sciamani raccontano e bello il paesaggio che fa da cornice al rito e pare parteciparvi con i suoi cangianti colori e profumi. La Bellezza ci cattura, quasi fosse essa stessa l’essenza della magia.

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