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Reportage di Viaggio - Birmania - Febbraio 2005  

Il Myanmar, la Birmania, terra di spiriti e di dèi
di Selene M. Calloni Williams

Bagan, dove apprendere l’equilibrio fra gli opposti, e i sobborghi di Yangon, dove aspiranti costruttori commissionano un rito magico ed eremiti tantrici fissano il sole a occhio nudo.

Chiamato “Pagan”, “il luogo dei Pagani”, dagli inglesi, durante l’epoca della colonizzazione, Bagan è la città antica più affascinante della Birmania.
A Bagan pare scoperta, o mai perduta, l’arte di non subire l’andamento polare della vita, il moto del pendolo, che incessantemente oscilla tra luce e ombra, tra mente razionale e mente mistica, tra, eccitazione e depressione, tra il calcolo logico del vantaggio/svantaggio e l’urgenza incosciente del sacro, del “sacrificio”, del bisogno di darsi.
A Bagan sembra così semplice l’arte di cavalcare il pendolo, anziché venirne trascinati, così naturale la capacità di essere al centro tra i concetti e gli spiriti, tra la logica e l’irrazionale, tra i valori della società civile e le irrazionali potenze della natura, tra i significati creati dalle culture e dalle religioni sociali e quelli dati dall’istintivo sapere della spiritualità naturale.
A Bagan, a nulla sono valsi, nei secoli, gli sforzi di re, imperatori, monaci e filosofi per sradicare le rappresentazioni, le possessioni , il canto e la voce degli dèi e dei dèmoni. Quella terra pare essere stata eletta dagli spiriti quale loro secolare dimora.
Chi giunga a Bagan ha innanzitutto la sensazione di trovarsi su di un altro pianeta, tanto ciò che vede intorno a sé non è proprio di nessun altro paesaggio umano. Le rovine di migliaia di stupa si estendono tra una vegetazione incolta nella quale è impossibile addentrarsi a causa della presenza delle vipere. Spirito tutelare, la vipera conserva l’inacessibilità della dimora degli spiriti per tutte le creature mortali. Birmani e turisti, archeologi e operai, militari e monaci, nessuno fa un passo al di fuori dei sentieri tracciati e di uccidere le vipere neppure se ne potrebbe parlare. La vipera e i serpenti sono sacri nella credenza di pressoché tutte le etnie della Birmania. Se un serpente entra nella casa di un birmano non viene ucciso, ma solo scacciato, chi uccida un serpente verrebbe colto da un’infinità di disgrazie, mentre essere visitati nella propria casa da una vipera o da un serpente è segno di gran buona fortuna. Se, per caso, ci si trovasse costretti a uccidere un serpente, bisognerebbe seppellirne il corpo con il massimo rispetto, affinché lo spirito che lo abita non abbia a rivalersi.
Bagan è l’ultima meta del nostro viaggio in Birmania e vi arriviamo assolutamente preparati e pienamente desiderosi di incontrare gli spiriti.
I nat, ovvero gli spiriti nel linguaggio dei birmani, sono stati, infatti, già cercati e trovati da noi giorni prima nei sobborghi di Yangon, l’attuale capitale della Birmania. La nostra guida, Martin, si è informato per ogni dove e, alla fine, è riuscito a portarci proprio nel vivo di un rito sciamanico di esorcismo alla periferia della capitale.
Martin non è birmano, ovvero non fa parte dell’etnia bamar, che è la più numerosa in birmania, appartiene alla popolazione Padaung che è parte dell’etnia Kayin, una minoranza che ancora oggi non ha ceduto le armi contro il regime militare di Yangon. Gli uomini Kayin erano, fino a un passato impressionantemente recente, e ancora oggi, qualcuno sostiene, tagliatori di teste di animali e di uomini. Cacciatori, essi uccidono gli animali catturati a poco a poco, prima rompendogli i piedi, poi le gambe, poi la coda, perché “così piace al loro spirito”, ci dice Martin.
Le donne Kayin sono soprannominate donne dal collo lungo. Fin dalla più tenera età vengono loro applicati anelli d’oro intorno al collo, alle caviglie e ai polsi. Gli anelli fanno sì che i loro colli si sviluppino in una lunghezza abnorme, ciò ricorda loro di essere discendenti dei naga, dragoni mitologici. L’usanza di portare anelli viene anche attribuita a un gesto di generosità dei parenti, i quali regalano alle loro figlie femmine la loro ricchezza. Il peso degli anelli d’oro che le donne Padaung portano al collo raggiunge gli otto chili in età adulta e ognuna di loro porta il proprio oro con sé nella tomba. Gli anelli vengono anche considerati una difesa contro l’assalto delle tigri e di altri animali feroci. L’impoverimento dei Padaung, a causa principalmente della guerra, impedisce loro di proseguire la tradizione degli anelli d’oro, che non sono mai stati sostituiti con un altro metallo meno prezioso.

Enormemente utile all’equilibrio psicofisico, il pellegrinaggio a Bagan è da consigliarsi a chiunque abbia fatto proprio il bisogno più radicato nell’uomo, quello di conoscersi. A Bagan è possibile vedersi fin nelle viscere, poiché i nat, gli spiriti, appaiono come l’altra faccia degli organi corporei e degli elementi naturali.
A Bagan il corpo si rivela anima, nella pluralità delle espressioni naturali, e la materia si mostra spirito, nella infinita molteplicità cosmica.
Gli sciamani padaung e bamar seminano, ancora oggi, timori e superstizioni tra la gente.
Intimorito dalle proprie superstizioni, Martin, trova il luogo nei sobborghi di Yangon, dove si celebra il rito sciamanico. L’ha scoperto unicamente perché spinto dalle nostre insistenze, ma non vuole partecipare al rito, anzi vorrebbe starsene lontano. Alla fine, condizionato pure dal senso della responsabilità che nutre verso di noi, suoi folli clienti, cede, e decide di accompagnarci nel cerchio del rito magico.
A testimonianza del fatto che i nat impersonano le forze oscure della psiche umana, essi amano l’alcol, la musica chiassosa, il tabacco, le urla, i travestimenti, le scurrilità, adorano divorare carne e giocare con il fuoco.
Lo sciamano che presiede il rito è travestito da donna, perché deve essere posseduto dal proprio spirito, con il quale ha un rapporto erotico nottetempo.
Lo sciamano è chiamato nat –gadaw, letteralmente moglie del nat.
L’eros è conoscenza per gli sciamani, i quali trasmettono la saggezza istintiva dei popoli.
Dopo il rito, lo sciamano dai noi intervistato, spiega che a quattordici anni è stato posseduto per la prima volta dal suo spirito, il quale l’ha rapito in sogno e gli ha mostrato tutti i segreti dell’arte amatoria, dell’arte dell’esorcismo, della guarigione e della divinazione sciamanica. Da allora egli si traveste da donna ogni volta che dà vita a un rito, per meglio evocare il proprio sposo “celeste”.
Lo sciamano beve rum e danza al suono dei tamburi, fuma due sigarette alla volta, altri personaggi travestiti danzano con lui: uno, anch’esso posseduto da uno spirito maschile, è gay anche nella vita quotidiana, lo sciamano ci spiegherà che in un gruppo di medium esperti c’è sempre la presenza di un gay.
C’è poi un uomo che, posseduto dallo spirito di un demone maschile a cui piacciano le donne, danza bevendo rum, mettendo in mostra muscoli. Costui, ad un tratto, si china su di una ragazza seduta nel cerchio, poco distante da noi. La ragazza cambia immediatamente espressione e inizia a danzare a sua volta, rotolandosi ripetutamente a terra, posseduta, nella trance, afferra un uomo e avanza al suo riguardo proposte sessuali con gesti inequivocabili. Nel mentre, un’altra donna del pubblico viene posseduta dallo spirito, il suo corpo si fa immediatamente rigido, come un tronco, e inizia, lei pure, a rotolarsi per terra. Il ritmo dei tamburi incalza.
Martin non ce la fa più, vuole andarsene. Forte di un appuntamento, che avevamo preso in precedenza con una monaca buddista per praticare la meditazione, ci convince ad abbandonare il luogo.
In pochi minuti pare esprimersi dinnanzi a noi il succo dell’epopea della civiltà umana: la religione sociale, che difende i valori di bene e di male e stabilisce la morale che dà coesione ai popoli, ci distoglie dal rito primitivo in cui predominano i valori irrazionali della natura.
Ma non possiamo andarcene senza avere fatto un’offerta; tutti i presenti fanno offerte ai nat in continuazione, attaccando ai loro costumi, a mezzo di spille, banconote da 500 o 1.000 Kyat, circa mezzo euro o un euro. Noi raduniamo un mazzetto di banconote da 1.000 K e le porgiamo alla donna che è seduta accanto a noi e che Martin ci indica quale appartenente al gruppo dei medium. Lei infila le banconote su di una spilla e me le rimette in mano, dandomi a intendere, a gesti, che mi devo alzare per infilare la spilla alla camicia della sciamano che danza.
Mi alzo e faccio quello che mi è stato chiesto. Poi invito lo sciamano a sedersi accanto a noi. “Vorrei intervistarlo”, dico a Martin, “puoi tradurre le mie domande?”
Lo sciamano ci spiega che il rito è stato allestito su comanda di una famiglia che ha acquistato il terreno sotto i nostri piedi, ove il rito si sta celebrando. La famiglia commissionaria è da tempo desiderosa di costruire in quel luogo una casa, ma da anni, per una serie svariata di impedimenti, non riesce a dare via ai lavori di costruzione.
Lo sciamano pensa che sia a causa degli spiriti che abitano un grande albero che sorge su quel terreno e che dovrebbe essere tagliato per permettere di edificare la casa. Così lui e il suo gruppo di medium hanno trovato un altro albero, più possente, che vive su di una collina disabitata poco distante da lì e che potrebbe costituire un’ottima dimora alternativa per gli spiriti. Il rito al quale abbiamo assistito aveva lo scopo di invitare gli spiriti dell’albero a trasferirsi.
Entusiasti, diciamo a Martin che vogliamo anche noi commissionare un rito sciamanico per noi soli. Martin appare sconvolto.
La paura irrazionale di Martin nei confronti degli spiriti denota, io penso, una debolezza culturale.
“Sii razionale, Martin”, gli chiedo, “gli spiriti sono aspetti della nostra psiche, non devi averne paura, è come se tu avessi paura di te stesso”.
Poi, però, mi dico che, forse, avere paura di noi stessi è cosa assai saggia.
“Mio cugino”, mi racconta allora lui “ha fatto molti soldi in poco tempo grazie a uno sciamano e alla sua banda di medium che, all’inizio, pareva non volere niente in cambio ma che poi, piano piano, ha preso completamente possesso dei suoi comportamenti e, di conseguenza, dei suoi beni. Ancora oggi gli dicono quello che deve fare, cosa deve vendere e cosa comperare e incamerano la maggior parte dei suoi guadagni”.
“Questo non è un problema dei nat”, osservo io, “ma dei loro intermediari, i quali sicuramente fanno leva sulle paure che tuo cugino nutre nei confronti dei nat.”
“Non bisogna temere gli spiriti”, dico io, ribadendo, almeno a parole, le mie opinioni, “sono aspetti della nostra psiche che, in determinate circostanze, quando vengono evocati, specie se a mezzo di un rito collettivo, assumono dimensioni e comportamenti apparentemente indipendenti da noi”.
“Ma mio cugino ha veramente fatto molti soldi in poco tempo grazie ai nat”, dice lui.
Io non faccio che ribadire che, per come la vedo io, i nat sono forze della nostra psiche, poteri ai quali abbiamo rinunciato per il bene della società civile. Lui si fa pensieroso e un po’ imbarazzato, tace.
Io voglio spiegare perché siamo così desiderosi di incontrare i nat, così gli dico che, a furia di essere civili e di seguire le “regole della buona condotta”, abbiamo a tal punto represso la nostra ombra, che quelli che un tempo erano spiriti e dèi oggi sono turbe comportamentali, ansie da prestazione, fobie, attacchi di panico e molte altri principi di sofferenza nella nostra società. “Perciò vogliamo ritrovare i nat!”, gli dico.
Martin è un personaggio strano, un uomo dolce. È un Kayin, ma ha un nome cristiano, è stato educato da preti cristiani ed ha persino trascorso un anno in Italia. Quando gli chiediamo di darsi da fare al fine di organizzare un rito sciamanico per noi, non vuole saperne, ma poi, ancora una volta, il suo senso del dovere prevale e, telefonando ad amici e conoscenti, riesce a fare ciò che gli chiediamo.
Il rito per noi viene organizzato a Bagan, dove saremo tra sei giorni.
Nel frattempo corriamo dalla monaca buddista per il nostro appuntamento con la meditazione theravada.
La monaca abita nel monastero da tredici anni, eppure pare un ragazzina. Ci spiega che nel suo monastero, il più famoso di Yangon si segue il metodo di meditazione impartito da Mahasi Syadaw, scomparso nel 1947 e ritenuto il più autorevole maestro di meditazione della Birmania.
In un colloqui privato accetta di spiegarci questo metodo nei dettagli. Vi notiamo delle differenze rispetto al sistema di meditazione buddista Vipassana che noi conosciamo e pratichiamo da anni.
Nel sistema Mahasi bisogna restare concentrati sul movimento continuo dell’addome associato alla respirazione. La costante concentrazione conduce a sviluppare la consapevolezza della realtà come miraggio o vacuità, e porta alla capacità di sentire che ogni evento che ci capita è scatenato dalla nostra mente stessa e, quindi, conduce alla piena libertà dal senso della realtà oggettiva.
A fianco della concentrazione sui movimenti dell’addome vi è la pratica della “meditazione camminata”, nella quale si sviluppa la consapevolezza dei movimenti degli arti inferiori in due tempi: so che sto alzando il piede, so che lo sto abbassando, oppure in tre tempi: so che sto alzando il piede, so che lo sto spingendo in avanti, so che lo sto abbassando. Una continua concentrazione di questo tipo porta alla visione dello scheletro interno e alla piena realizzazione del concetto di impermanenza del corpo.
Ma la meditazione, ci spiega la monaca, è anche consapevolezza di sé in ogni istante della giornata. Questo ci suona assai famigliare e rinforza i nostri propositi riguardo alla meditazione.
Ormai si è fatto tardi, non possiamo fermarci a meditare al monastero, ma promettiamo alla monaca di ritornare l’ultimo giorno del nostro soggiorno in Birmania, prima del rientro in Europa.
Intanto decidiamo di praticare la Presenza Mentale in ogni istante del nostro viaggio, servendoci, come ci è stato insegnato anni fa da un monaco theravada eremita dello Sri Lanka, di affermazioni mentali: “so che sto respirando, so che sto camminando, so che sto mangiando, so che sto viaggiando, so che sto pensando a questo o a quello, so che sto provando questa o quella emozione, ecc.”.
Prima di partire alla volta di Hero, ci rechiamo in visita alla Shwedagon Paya. Si tratta di un complesso religioso assai esteso, il più sacro della Birmania, secondo i buddisti theravada più ortodossi.
La cupola dorata dello stupa principale, che è alta ben 98 m., custodisce, secondo la leggenda, otto capelli di Budda.
Questo luogo religioso è anche il centro della vita sociale dei birmani di Yangon, essi vi svolgono diverse attività, compresi pranzi domenicali e raduni di ogni tipo.
Ma l’evento singolare al quale assistiamo presso la Shwedagon Paya è la pratica della fissità dello sguardo sul sole da parte di due eremiti tantrici.
Muniti di japa mala, il rosario indù composto da 108 grani, i sadu, gli eremiti tantrici recitano il loro mantra, (sillaba, parola o frase mistica) fissando ad occhi aperti il sole. Uno di essi sbatte le palpebre in continuazione, mentre l’altro ha gli occhi fissi, non ciglia, non muove un muscolo, è impressionante.
Di nuovo vediamo come la realtà e gli eventi siano frutto dei valori nei quali crediamo. Nella nostra cultura noi siamo convinti che fissare il sole a occhio nudo renda ciechi e, probabilmente, chiunque di noi fissi il sole a occhio nudo diverrebbe cieco. Certi sadu tantrici fanno della fissità dello sguardo sul sole una pratica religiosa, e non solo non ne diventano ciechi, ma ne traggono, probabilmente, benefici spirituali.
A conferma delle dottrine tantriche e buddiste secondo le quali più distrazioni sono presenti nell’ambiente e più la meditazione e la concentrazione è favorita, i sadu non appaiono per nulla disturbati da reporter e turisti che, chi con telecamere professionali, chi con kodak usa e getta, li riprendono da ogni angolazione. Anche io mi siedo al loro fianco per essere ripresa insieme a loro e, con mia grande sorpresa, scopro di non poter alzare neppure lo sguardo, tanto il riverbero del sole in quel luogo, carico superfici dorate e lucide, è intenso. Guardo ancora una volta estasiata i due santi tantrici che fissano gli occhi spalancati direttamente sul disco del sole e confermo a me stessa che la realtà è illusione, maya, una proiezione della mente, un miraggio.
La vista dei sadu tantrici ci aiuta a liberarci da noi stessi; il sole di Yangon scioglie le nostre certezze, le nostre credenze, ci mostra il germe della superstizione che si nasconde in ogni idea, dissolvendo la nebbia dei pensieri fino a rendere la coscienza vuota e radiosa.
Sereni, con la luce del tramonto negli occhi, decolliamo alla volta di Hero e da qui ci rechiamo in auto fino alle sponde di un canale affluente del lago Inle.

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