Voyagesillumination

Tibet
Il paese delle Nevi

Vaga nei deserti di neve, nella solitudine degli aridi monti e sprofondati nella contemplazione

Si dice che qui, tra le bianche vette himalayane, si trovi il mitico regno di Shamballa, la Terra degli Illuminati. Esiste davvero e vi si accede attraverso un passaggio che è, al tempo stesso, dentro e fuori di noi, nel corpo e tra queste cime, le più alte al mondo.
Che la chiave per Shamballa si trovi nei testi del Tibet mistico, nei canti dei poeti, degli eremiti, degli yogin tantrici che qui vissero e meditarono?  Forse negli scritti di Guru Rimpoche e della sua sposa, Yeche Tsogyel, la Danzatrice del Cielo, o in quelli della poetessa Ma gcig Labrong, del magico Naropa e del suo mitico maestro Tilopa, oppure dei loro diretti discepoli, Marpa e il poeta eremita Milarepa.
Qui, dove l’inconscio dell’uomo è la terra stessa, ecco l'invito della mistica Ma Gcig:

Si vada errando senza sosta,
tra lande desolate e luoghi di ritiro.
Si stia come lo spazio, privo di dubbi e paure.
Senza dubbi e paure nell’immensità.

In Tibet nasce spontaneo il bisogno di liberarsi dal conosciuto e guardare di nuovo, come bambini, al mondo e alla vita. Fermare i venti del Karma, dicono i grandi maestri dell’Himalaya: sottrarsi dalle conseguenze predefinite delle nostre azioni, rilanciare il proprio destino. Un altro tiro di dadi.
In una terra di dèi, demoni, demonesse, orchesse e spiriti selvaggi, personificazioni di forze naturali ostili, gli antichi mistici sono maghi o sciamani capaci di ogni sorta di prodigio, compresa quello di volare nell’aria. Così, Padmasambhava, il Guru Rimpoche, il maestro prezioso, personaggio leggendario che ebbe il merito di portare il tantrismo dall’India al Tibet, compiendo un percorso da Katmandu ai piedi dell’Everest, nel suo viaggio, esorcizzò e sottomise i demoni, signori della terra, che incontrò sul cammino. Le tecniche, descritte nei testi tantrici, sono le stesse che i lama usano e insegnano nei riti e nelle meditazioni: la vittoria sugli spiriti della natura, del resto, è tutt’uno con quella sulle forze dell’inconscio.
Nel nostro viaggio, ripercorreremo il tragitto compiuto da Padmasambhava, su una strada che sale a tornanti tra le montagne più alte del mondo, tra cascate e precipizi di cui non si vede la fine, alberi svettanti e cascate, che si intravedono tra i vapori e le nuvole. Ci metteremo sulle tracce del ngakpa e dello sciamano, canali attraverso cui gli spiriti parlano.
I ngakpa, per lo più eremiti, sono maestri dello yoga tantrico e depositari della tradizione Dzogchen, la via dei Tantra più elevati, la più rapida e intensa. Ritenuti dalle popolazioni locali degli psicopompi, ovvero conoscitori del post mortem, vengono chiamati al capezzale dei defunti perché accompagnino l’anima nei mondi del transito che, secondo lo yoga tantrico, si estendono tra una morte e la successiva rinascita. Chiave segreta dell’arte del morire è nel non avere paura e mantenere, in morte come nel transito, un’attenzione vigile e costante.
Lo sciamano è un guaritore, un conoscitore dei segreti profondi del corpo e dell’anima, che ha appreso per via estatica e rivelazione, non attraverso i libri. Specialista dell’estasi, della trance, degli stati ampliati di coscienza, i suoi maestri sono gli stessi dèi e demoni di cui il Tibet è ricchissimo e lo sciamano è un illusionista che estrae dai corpi dei propri pazienti la malattia senza praticare ferite e si traveste per incarnare il proprio spirito guida e ricevere i suoi insegnamenti.
Infine, ci muoveremo tra gli altopiani fino alla capitale e al Potala, residenza abbandonata dal Dalai Lama in esilio.

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Tibet
Un dibattito filosofico tra monaci in Tibet
Un nagkpa tibetano