Un Paese in uno sguardo
La Mongolia è un paese non ancora toccato dal turismo di massa, forse per le sue dimensioni, i suoi inverni gelidi, e per la bassissima densità di popolazione. Grande tre volte la Francia, ha soltanto due milioni e mezzo di abitanti, la più bassa densità del mondo.
La geografia della Mongolia è molto eterogenea. Il Paese è diviso in sei regioni climatiche, ognuna diversa per clima, paesaggio, terreno, flora e fauna. I paesaggi del Kanghai portano i segni di antichi processi vulcanici: fiumi di lava, colline coniche e sorgenti minerali calde. La vegetazione qui è ricca e varia, con i pascoli migliori dell'intero Paese.
Khangai, letteralmente appagante, che soddisfa un bisogno o un desiderio, è usato in Mongolia per definire le zone dove i pascoli sono verdi e abbonda l'acqua dolce.
La popolazione è nomade, ma a differenza di altri etnie il mongolo non vive in tribù ma in nuclei famigliari, di cui il ger, la tenda, è l’elemento centrale. Poche ger ben distanziate rappresentano un nucleo famigliare allargato. All’interno si trovano un altare, di solito orientato a nord, ai lati i letti. Il sostegno centrale della tenda simboleggia il centro, l’asse del mondo. Ogni famiglia bada a se stessa, e solitamente non chiede alcun aiuto al mondo esterno. Il nomadismo ed il cavallo sono le basi della vita ormai da secoli, ed è forse questa la ragione per cui i grandi imperi mongoli hanno sempre avuto vita breve. Una volta perso il capo carismatico, le numerose etnie, a volte litigiose, si sono di nuovo separate, in un territorio talmente vasto da rendere estremamente difficile mantenere la necessaria centralità di un impero. Del resto, esclusi i Khalkha, l'etnia più numerosa, con due milioni di rappresentanti sparsi in tutto il Paese, pari all'86% della popolazione, le minoranze non superano le ottantamila unità per ceppo ma in molti casi ne contano poche migliaia. I più sparuti sono i Tsaatan, che sono appena 250. Minuscolo gruppo etnico di origini turche, apparentati ai Tuvani, sono senz'altro la popolazione più interessante e mistica nella regione remota della taiga. Animisti, le loro divinità sono l'Eterno Cielo Blu e la Madre Terra, conservano la loro antica, originalissima cultura basata su riti sciamanici e allevamento delle renne. La renna è la sola fonte della loro sopravvivenza ed animale sacro: la più vecchia è lo spirito-guida della famiglia e viene ornata con nastri colorati.
Nomadi da sempre, compiono anche sei migrazioni all'anno benedicendo il nuovo terreno dell'accampamento con latte di renna. La spiritualità è per loro unione con la natura, è guida dell'esistenza. A interpretarne i segni c'è lo sciamano, che vive isolato, lontano dalla tribù, che lo chiama in caso di necessità, essendo lui al tempo stesso psicologo, guaritore, divinatore e psicopompo. Boo (uomo) o udgan (donna) che sia, può essere consacrato sciamano attraverso due vie: udmyn, se eredita i propri poteri, o zlain, se lo diventa a seguito di visioni, di episodi che un occidentale definirebbe allucinatori. Così, come accade, del resto, in altre culture sciamaniche, quel che i nostri occhi leggono come follia, malattia mentale o fisica, da normalizzare, qui apre la via verso un potere di visione e di conoscenza ampliato: la trance, entrando nella quale lo sciamano allontana i lus, glispiriti maligni, le malattie o accompagna l’anima del morente verso i mondi di transito.
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