Birmania

La Terra dei 37 Nat

Lassù, in mezzo al cielo azzurro,
la coppia del sole e della luna vive felicemente: è il palazzo meraviglioso degli dèi.

Viaggio nel Myanmar antico e segreto, Birmania per usare il nome con cui il Paese è noto in Occidente. Un Paese dove il regime militare di Than Shwe, instaurato dopo il colpo di stato del 1988, ha blindato i confini, geografici e culturali, perpetuando modi di vita contadini, legati a ritmi della natura e a una religiosità profonda, di matrice buddista e animista.
Il viaggio inizia sul lago Inle, sorta di Venezia asiatica, dove pescatori e contadini vivono in palafitte e dove si passeggia su orti fluttuanti, colorati di pomodori e zucchine.
Da qui ci trasferiremo a Bagan, la Città dei pagani dove ci accoglie uno spettacolo straordinario: centinaia di stupa, tipici santuario buddhisti, avvolti da una foresta impenetrabile e popolata di vipere che, in quanto spiriti tutelari, non possono essere uccise.

Tappa successiva, il Monte Popa, dove la tradizione fissa la dimora dei 37 Nat, spiriti presenti in ogni cosa vivente, pianta, animale, organo dell’essere umano. Qui vive un’intera comunità di sciamani: assistendo ai riti danzati degli sciamani, si entra trionfalmente nel regno dei Nat, che sono, in effetti, le forze che governano l’esistenza, benigne o maligne, la nostra psiche più profonda, la natura nascosta, dell’uomo.
Proseguiremo per Mandalay per incontrare le realtà animiste e sciamaniche, preservate gelosamente e tramandate di maestro in discepolo. Ancora, il viaggio diventa etnografico, alla volta dei popoli tribali. Incontreremo i Kayin ad esempio, fino a non molto tempo fa temibili tagliatori di teste, poi gli Aung, i Akha, i Palaung, dove le donne, dal lungo collo, portano cerchi di metallo al collo che ne accrescono artificialmente la lunghezza. Discendenti dei naga, i dragoni, ne assumono con orgoglio le fattezze.
La Birmania è un Paese dove il tempo è sospeso, non toccato dal consumismo, che non ha travolto la magia dei luoghi e la serena semplicità della gente. Contro le difficoltà create dal potere, i birmani hanno fatto scudo con le loro tradizioni, continuando ad esprimere bontà ed intelligenza.

Un Paese in uno sguardo

Nel Paese convivono, pur in relativa separazione, oltre 66 etnie, differenti per lingua e cultura. Un’ eccezionale varietà, forse responsabile di una cultura unica, ben distinta dal resto dell’Asia: un miscuglio di tradizione indù, buddhismo theravada e animismo. Quest’ultimo, in particolare, profondamente radicato: lo toccò con mano il re Anarawtha che, nell’XI secolo, impose la religione buddhista ma nulla poté contro la tradizione dei nat, le cui immagini sono onnipresenti nei templi e intorno agli stupa.
Lui stesso, del resto, pose, alla base del sacro stupa della Shwezigon di Nyaung U-Bagan, 36 statue di Nat cui aggiunse l’ennesimo, prelevato dal Pantheon delle divinità induiste, che incoronò re dei nat.
Come si legano, dunque, i nat, signori – questo è il significato letterale del termine- invisibili presenze di un luogo o di una cosa e il buddhismo? Bisogna partire dalla credenza, fortissima tra i birmani, che esiste una Realtà altra che influenza la vita secondo principi karmici, in base cioè al valore e alle intenzioni delle proprie azioni.
I nat possono, in altre parole, benedire o castigare, in questa come nelle vite future. Per questo vengono loro profuse offerte di cibo, incenso e fiori sui piccoli altari domestici, comuni in molte famiglie, come presso quelli collocati nei dintorni delle pagode: lo scopo, evidente, è di ingraziarseli, per evitare disgrazie e problemi. La fede nei nat finisce per pervadere l’intera vita: così, ad esempio, impone di considerare il piacere e l’interesse degli altri prima del proprio e di compiere, dunque, un’azione fraterna, disinteressata e gioiosa, senza altro scopo che vedere felici gli altri.