Uno sguardo sulla Patagonia

La Patagonia quale appare oggi, distesa di praterie su cui si praticano l’allevamento e l’agricoltura estensiva, non conserva ricordo della lussureggiante foresta che copriva tutto il continente.

Anche i popoli indigeni sono ridotti a poche migliaia, radi superstiti di una sanguinosa carneficina. Il massacro diventa sistematico con l’afflusso massiccio degli europei, a fine 800: italiani, spagnoli, gallesi, inglesi. Espropriati delle loro terre e assimilati alla cultura dominante, sopravvivono nelle riserve, tra Buenos Aires e il Rio Negro, nella Pampa e lavorano nelle estancias, le tipiche fattorie della prateria.
I più numerosi, i Mapuche, hanno via via assorbito le tante etnie che, prima dell’arrivo dei Conquistadores, popolavano queste terre: dai Pehuemche e Tehuelche che abitavano la zona centrale del Paese, regioni tradizionali degli stessi Mapuche, fino agli Yamani Onas o Selkman nella Tierra del Fuego.
Il nome Mapuche è composto da Mapu, terra, e Che, gente: così, il Mapuche è inseparabile dal suo territorio. La montagna, il fiume, gli alberi hanno vita e coscienza, sono parte delle forze con cui i Mapuche comunicano attraverso il mapudugun, la lingua della terra. Gli elementi della natura compongono un tutto che il Mapuche difende, un equilibrio, insieme materiale e spirituale, da cui ciascuno riceve il necessario al proprio benessere.