Nonterapia in Ladakh


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Nonterapia in Ladakh

 

di Cecilia Martino

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Il Ladakh è una regione relativamente turistica che, nell’offerta tradizionale dei tour operator, brilla come la terra delle grandi vette himalayane, richiamando all’attenzione soprattutto trekkers e naturalisti che non vogliano perdersi lo stato di grazia in cui la natura sopravvive da queste parti. Poi c’è l’aspetto culturale, quel serbatoio di potenzialità che riserva la “terra dove è nato il buddismo”, altra tipica definizione da catalogo. Ma c’è anche chi osa andare oltre affrontando il Ladakh come un mistero ancora aperto, regno di spiritualità e potenze cosmiche, addentrandosi nei sentieri meno battuti della psicologia naturale che, in questo spicchio d’India così controverso, ha nome tantrismo.Ad osare è la nonterapia, un diverso modo di approcciare al mondo, un programma di vita in grado di suggerire scappatoie nemmeno troppo anguste alla moderna frenesia di vivere, e di viaggiare. Ribaltando i luoghi comuni, ecco come. Ecco come nevrosi, ansie, frustrazioni e malesseri diventano forze, tornando ad essere quello che erano all’origine: potenze di natura e non malattie da curare. Nessuna terapia, dunque, solo una maggiore consapevolezza, né più né meno del risveglio della coscienza primordiale (e scusate se è poco). Ecco come un viaggio in India, alla ricerca dei simboli vivi del tantrismo, può diventare un esercizio spirituale, una pratica conoscitiva che costringe il viaggiatore ad audaci voli mentali, qualcosa come un salto nel vuoto che necessariamente sconfina da qualsiasi offerta turistica tradizionale.

I cosiddetti viaggi spirituali, per la verità, sono un trend in forte crescita, e non c’è da stupirsi. Il vorticoso ingranaggio in cui la società della fretta costringe qualsiasi umano pensiero a disperdersi nella quantità di cose-da-fare, incoraggia la ricerca di dimensioni dove il tempo torni finalmente a dilatarsi e, con esso, i pensieri dedicati all’interiorità. L’offerta turistica risponde a queste rinnovate esigenze non sempre con soluzioni convincenti. Non basta suggerire itinerari che approdino a santuari, conventi o monasteri, lasciando che il resto venga da sé e trattando i luoghi mistici come scenari da cartolina per qualche scatto fotografico in più. E’ necessario, crediamo, fare esperienza dei luoghi, abbracciandoli non solo con gli occhi ma con il corpo nella sua interezza. Ed è questa l’avventura psicologica in cui si addentra la nonterapia con i suoi viaggi-seminari.

Mi chiedo se il monastero di Lamayuru sarebbe rimasto lo stesso nel mio bagaglio di memoria, senza quel cerchio magico di preghiere e mantra praticato sotto la luna, alla sera, prima di dormire. Naturalmente, la mia risposta ce l’ho. Molti manuali definiscono il tantrismo come un viaggio nell’infinito. Ad esplorare l’infinito un po’ di coraggio ci vuole e Nonterapia questo coraggio ce l’ha.

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