Nonterapia in Ladakh, quando la bellezza ti sovrasta


Reportage di Viaggio – Ladakh – Settembre 2006

di Paola Bertoldi

Sono partita per questo viaggio nello spazio e nell’anima con una fiducia totale, con una tranquillità che di solito non mi appartiene. Il viaggio aereo non mi è parso né lungo, né pesante, potrei dire che è volato sulle ali della mia voglia di andare, di tornare in una terra che sapevo così simile al Tibet, dove per due anni di seguito ho lasciato il mio cuore e le mie membra.  Siamo arrivati a Delhi in piena notte: ho rivisto quella città dopo ben ventotto anni e stranamente mi è parso di non averla mai lasciata, di essere sempre stata lì. A Delhi poco è cambiato in così tanti anni: il caldo umido e soffocante continua a farla da padrone, il frastuono incessante dei clacson, – supremi strumenti di comunicazione nel traffico convulso di una città che scoppia, ma nella quale si verificano pochissimi incidenti, – devasta il silenzio e un brulicare di incredibile umanità ci ricorda le infinite contraddizioni dell’esistenza umana.

A Delhi, nel nostro albergo, lottando strenuamente con l’aria condizionata che ci regala temperature polari in un paese tropicale, inizia il seminario di nonterapia con le pratiche del metodo simboloimmaginale, il metodo per recuperare il nostro diritto ad immaginare la realtà, per divenire nuovamente padroni del nostro potere creativo. Il gruppo di compagni di viaggio si dimostra da subito fantastico e un’armonia spontanea, naturale, come quella che regna tra vecchi amici, ci accompagna per tutto il tempo.

Ladakh 2006 118ll giorno successivo alle tre del mattino – davvero il sonno è il grande assente in questo viaggio – prendiamo l’areo per Leh, un volo di quarantacinque minuti, definito il volo più bello del mondo per la vista panoramica di cui si gode (letteralmente!) sulla catena himalayana: montagne dorate illuminate dal sole, cime innevate che parlano d’infinito, montagne nere che ci ricordano da vicino la nostra Ombra: il tutto di una bellezza sconvolgente, impossibile a descriversi, una bellezza che ti rimane intrecciata nelle cellule. Dovendo definire l’intero nostro viaggio con pochissime parole potrei definirlo come un “tuffo nella bellezza”, da stare attenti a non affogare!

La capitale del Ladakh, Leh, si trova sull’altopiano tibetano a circa 3500 metri di altezza e già dal piazzale antistante l’aereoporto si può vedere che la città è completamente circondata dalle stesse montagne che abbiamo conosciuto dall’alto: la prima cosa che mi viene da pensare ammirando il paesaggio è: “davvero un mandala stupendo!”. I colori, gli odori e l’umanità qui sono molto diversi da quelli di Delhi, i volti sembrano scolpiti come le montagne e la gente sorride, anche a noi stranieri dalla pelle bianca.

La mancanza di sonno, l’altitudine e le pratiche che facciamo ci portano naturalmente in uno stato ampliato in cui la distinzione tra realtà interiore ed esteriore non è più così granitica: comincia a crearsi lo spazio per altre possibilità.

Arriviamo al Mahabodi Eco Resort dove avremmo dormito varie notti: un campo di “tende” dotate di ogni comodità, immerso in un paesaggio desertico, con le montagne dorate che creano un cerchio magico intorno a noi: davvero non ci sono parole di fronte a un tale spettacolo. Quello che più mi colpisce è la limpidezza dell’aria, la nitidezza dei colori che si stagliano contro il cielo azzurro e la potenza di questa natura che sa ancora parlare all’anima dell’uomo fino a commuoverla in un abbraccio infinito. L’incontro con tanta bellezza mi porta spontaneamente in una dimensione che sta oltre l’io, quel regno in cui ogni uomo è mistico, poeta e veggente, quella dimensione che sola può dare senso al vivere umano. Decido di inspirare bellezza, riempirmene fino a scoppiare ed espirare per contribuire a tale splendore. Ogni stanchezza è sparita e non c’è spazio, almeno per ora, per la paura. Tutto è perfetto così com’è… Sono felice.

Nei giorni che seguono inizia, a Leh e dintorni, la nostra ricerca degli oracoli: siamo venuti fin qui anche per conoscere e sperimentare di persona questa realtà che ha radici antiche nella cultura del luogo. Gli oracoli, o meglio nel nostro caso le oracolesse, donne che in stato di trance divengono veicolo di uno spirito potente in grado di curare il corpo e l’anima, e che una volta uscite dallo stato di trance non ricordano nulla di quanto è accaduto, almeno questo è ciò che loro affermano.

Durante il giorno, nel corso degli spostamenti meditiamo con le pratiche del metodo simboloimmaginale e così ogni azione diviene meditazione e ogni meditazione un’azione potente. Inspiriamo ed espiriamo lasciando andare le nostre speranze e i nostri timori, pratichiamo al fine di uscire dall’illusione, di vedere oltre il velo di maya, come bambini giochiamo a fare i maghi e trasformiamo la realtà dentro e intorno a noi. La sera nella mia tenda, pratichiamo insieme, ci scambiamo impressioni, ridiamo e scherziamo fino ad arrenderci di al richiamo del sonno, sempre troppo poco!

Ladakh 2006 151Incontriamo la prima oracolessa in un villaggio vicino a Leh: arriviamo che è già entrata in trance e sta già curando le persone che si sono rivolte a lei. Purtroppo non comprendiamo la lingua nella quale si esprime ma possiamo intuire dall’espressione del viso, dai gesti, dal tono della voce, che l’oracolessa sa essere dolce con chi di questo ha bisogno e molto dura con coloro “il cui cuore non è puro”. Stiamo a guardare, chi con un misto di curiosità, chi di timore, ma tutti con il senso di una sacralità profonda, naturale, fino a quando lo spirito inizia a pronunciare parole rivolte a noi, messaggi che ci vengono tradotti in inglese dalla nostra guida.

Le parole che più colpiscono sono quelle rivolte a Selene , l’ideatrice di questo viaggio, parole che incoraggiano lei e quindi tutti noi a continuare sulla strada che abbiamo scelto di percorrere, incuranti della mole di lavoro da compiere e fiduciosi nella riuscita di ciò in cui crediamo profondamente.

Assistiamo quindi alla fase in cui lo spirito lascia il suo veicolo e l’oracolessa ridiventa una donna comune. Ci viene spiegato che ha ottant’anni, ne dimostra molti meno, e che fa questo “lavoro” da molto tempo, da quando un membro della sua famiglia le ha passato questo dono. Lo spirito che l’oracolessa incarna, ci viene detto, è Mahakala, la Grande Kali: questa rivelazione fa fremere alcuni di noi da tempo abituati a meditare su MahaKali, l’aspetto “guerriero” della Madre Divina, che distrugge tutti gli ostacoli alla realizzazione spirituale di coloro che la invocano. Quando è in trance l’oracolessa parla in tibetano perfetto e quando ridiventa una donna comune non è più in grado di esprimersi in tibetano, conosce solo il dialetto del ladakh.

Ladakh - Oracolesse e MisticismoIncontriamo la seconda oracolessa due giorni dopo. E’ una donna più giovane, sulla cinquantina, con una storia completamente diversa. Non ha ricevuto il dono da un membro della famiglia ma è stata istruita da un alto Lama perché soffriva di disturbi psichici dato che era in grado di percepire le “voci degli spiriti”. Questa sua capacità l’ha portata sull’orlo della follia, spingendola a comportamenti strani e pazzeschi, quando è intervenuto il Lama insegnandole a distinguere il bene dal male e a non essere dominata dagli spiriti: ora proprio in virtù della sua saggia follia è in grado di farsi canale per aiutare altre persone.

Ad un certo punto, mentre è in trance, l’oracolessa, che incarna uno spirito dal nome impronunciabile e che non ricordo, mi guarda e si tocca le gambe facendomi capire che mi sta dicendo che io ho problemi alle gambe. Credo che non mi abbia vista entrare e ora mi vede seduta, per cui come può sapere che fin dalla nascita ho una lesione cerebrale, almeno così hanno sempre detto i medici, che rende difficile la deambulazione? Poco dopo mi fa segno di togliermi i pantaloni: io indosso calzamaglia, pantaloni, calze per niente eleganti e subito provo una sensazione di grande imbarazzo ma immediatamente decido di lasciarla andare e mi spoglio. L’oracolessa mette in bocca una cannuccia e inizia a succhiare del liquido da alcune punti delle mie gambe: in un vaso di vetro sputa del liquido bianco, quasi trasparente, come a “succhiare fuori il male”. Poi con la bocca inizia a succhiare alcuni punti della mia schiena.

Io osservo con un misto di curiosità, senso di nausea e senso del sacro allo stesso tempo ma sento che ciò che avviene è la cosa giusta, ciò che deve avvenire in quel momento. Non sono a disagio e quello che sta accadendo non mi dà fastidio, non scatena in me la reazione di rabbia che sempre mi viene quando un medico cerca di curarmi, di rendermi normale, di cambiare quello che c’è in me, secondo lui, di sbagliato (dopo essere stata visitata da centinaia di medici impotenti è il minimo che possa accadere). Questa volta sento in me una disponibilità a lasciar fare, a lasciare che gli eventi accadano, sicuramente sorretta dall’energia potente che informa questi eventi e dalla presenza rassicurante dei miei amici.

Infine mi rivesto e torno al mio posto tra i partecipanti al rito. Provo immediatamente una sensazione di leggerezza e di grande felicità, Selene dice che il “succhiamento” mi ha fatto bene e che ciò si vede dalla luce che emana dai miei occhi. Mi sento più leggera, più sicura, come se avessi lasciato andare pesi molto antichi, vecchi dolori e impossibilità. Anche a livello fisico e muscolare mi sento più sciolta: è come se il corpo si concedesse una grande risata, liberato da zavorre antiche.Il resto del viaggio continuerà in questo “stato di grazia” e di amore.

Ladakh 2006 095Visitiamo vari monasteri ma quello che ricordo meglio è il monastero di Lamayuru, circondato da una natura stupenda, così bella da essere sicuramente magica. Qui si trova la grotta dove visse e meditò Naropa, il creatore dei sei yoga, una figura importantissima per me e altri tra noi che da anni praticano i suoi yoga e studiano ogni sua parola. Alla vista della grotta di Naropa Selene viene presa da una felicità incontenibile, che trabocca contagiando tutti noi: ci sentiamo onorati e fortunati di essere in quel luogo che rappresenta le radici di uno degli insegnamenti a noi più cari.

Le chiavi di un luogo così sacro e importante sono in mano ad un monaco bambino di dieci anni, che come ogni bambino degno di tale nome si diverte a fare un po’ il monello e a scherzare con noi. Ancora una volta capisco l’importanza del non prendersi mai troppo sul serio!

Ladakh

Visitiamo anche un villaggio locale e per arrivarci camminiamo per un po’ su un sentiero stretto e scosceso, sul limitare di un burrone, con il fiume che scorre sotto di noi, ma non ho paura, anzi sono in uno stato di leggera euforia: Paolo, che stringo a braccetto per avere un aiuto, è un ottimo accompagnatore ed entrambi proviamo una grande sensazione di allegria, ridiamo e scherziamo anche davanti ai passaggi più impegnativi. Arrivati nel villaggio ci pare di essere appena scesi dalla macchina del tempo: non c’è il rumore del traffico, solo i suoni della natura e la vita qui è veramente di un’essenzialità quasi totale. Ma gli abitanti del villaggio sorridono e ci accolgo con calore: non sembrano affatto infelici per la mancanza di tutte le “comodità” a noi tanto care. Forse il loro rapporto con la natura li ripaga di ogni scomodità.

L’ultima sera prima di ripartire per Delhi, nella cornice delle montagne del nostro albergo di tende, pratichiamo la “meditazione camminata” quella meditazione che chiede di camminare lentamente, con consapevolezza, immaginando di essere uno scheletro che cammina e ripetendo mentalmente ad ogni passo: “sollevo, avanzo, abbasso” in sincronia con il movimento del piede. Per me, da sola, questa meditazione è impossibile: camminare lentamente mi riesce sempre difficile perché richiede maggiore equilibrio, cosa di cui qualcuno ha dimenticato di fornirmi fin dalla nascita. Per cui, come al solito, la mia prima reazione è quella di dire: “io mi siedo e vi aspetto qui” ma Selene mi propone di fare la meditazione camminata insieme a lei e così partiamo.

Da questo momento in poi viviamo un’esperienza indimenticabile: la sintonia che si instaura tra noi è perfetta e io mi affido, mi lascio andare anche se so che Selene sta camminando ad occhi chiusi e perciò, dice la mia mente razionale, potremmo cadere. Ma in questo momento non ha importanza, c’è solo una grande pace, una sensazione di grande potere e un grande amore, quello stesso amore che ci permette di volare.

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