Khajuraho, Benares, Allahabad, Kausambi, Haridwar


Reportage di un Viaggio in India – di Selene Calloni Williams

“Come il ferro, penetrato dall’elisir, non torna alla natura di ferro, così la mente, penetrata dal piacere, non torna alla natura del dolore”.

Queste le parole di un antico maestro del Tantrismo indiano: Naropa. Al Tantrismo si ispirano le bellissime sculture che ornano i templi di Khajuraho. Che cosa è il tantrismo? “Tantrismo è lo svelarsi dello stato naturale”, direbbe Tilopa, maestro di Naropa.

Le sinuose presenze erotiche, misteriose, bellissime, hanno 1.000 anni di vita ed abitano un luogo remoto, arido, che ancora oggi appare isolato dal resto del mondo, come isolato doveva probabilmente essere un millennio di anni or sono. Lo stato naturale abita al di là di ogni definizione, inafferrabile dalla mente, non si può spiegare. L’esperienza più naturale è l’unione di uomo e donna, che è simbolo dell’unione di tutti gli opposti. Dall’unione dinamica del principio maschile e del principio femminile ogni cosa è resa manifesta, rivelata.

Tantrismo è l’aspetto esoterico di yoga, buddismo, di vari cammini umanistici e spirituali, filosofie e arti.

A Khajurhao incontriamo un sadu , un asceta, che ci mostra i poteri della sua sadhana , o pratica spirituale. Sostiene con il pene una pietra di 20 chili, poi snoda il suo corpo nelle posizioni dello yoga, infine ci segue camminando sulle mani, a testa in giù. “La ricerca dello stato naturale”, ci spiega il sadu nella sua casa, “è un cammino controcorrente. Non si tratta di imparare nulla, ma semmai di lasciare ogni attaccamento verso ciò che si sa.” “Destrutturarsi”, afferma qualcuno di noi. “Per questo a me piace mettermi a testa in giù”, conclude il sadu.

Ci racconta che i suoi poteri nascono dalla sua capacità di ritenere il proprio seme e di condurre una vita di impeccabile castità. La pura contemplazione del desiderio erotico, libera dalla necessità di esercitarsi sul piano concreto, il desiderio della bellezza, libero dal bisogno di possesso, aumentano in lui il fuoco della forza, che egli chiama tapas.

Ovunque a Khajurhao le immagini del lingam , il fallo, e della yoni, la vulva, simboli del principio maschile e femminile, paiono aver attraversato il tempo incontaminate, per tramandare ciò che è più naturale. Numerosi sono i Tantra, i libri che trattano del tantrismo, essi appartengono a varie epoche storiche, la loro elaborazione è sempre in corso, e ancora continua ai giorni nostri. Ma a Khajurhao, i libri devono essere chiusi e le dottrine superate, poiché qui lo stato naturale è una pura esperienza di mistica ed illogica potenza. Guardate la bellezza dei fregi di Khajurhao e lasciatevi ispirare.
Salutiamo l’asceta, i templi, le loro immagini che, misteriose come spiriti, vengono con noi. In realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi. Esiste l’esperienza del piacere del puro spazio dinamico e la sensazione della purezza primordiale di tutta l’esperienza.

Un po’ lontano dai templi, la magia continua.

Per caso vediamo delle donne riunite. L’immagine ci appare così colorata che ci è impossibile non fermarci. Le donne ci accolgono con gioia. Sono in un piccolo tempio e stanno celebrando il rito del matrimonio con il loro sposo celeste, il dio Krishna, ci spiega la bramina, la donna più anziana che istruisce le altre. La bramina è una cantastorie in questo contesto rituale. Narra alle donne, alle ragazze, alle bambine, miti d’amore che raccontano di come il bellissimo dio Krishna si sia innamorato di fanciulle umane. Che meraviglia ci appare il racconto del mito! Capace di soddisfare e innalzare gli animi delle donne che lo ascoltano!
Mito è il racconto dei nostri desideri più reconditi, e il rito è una recita che ci aiuta a conoscerci, che ci aiuta a guarirci, forse anche ad amarci. Ancora una volta vediamo il potere della contemplazione del puro desiderio, libero dalla necessità di possedere o conquistare qualcosa sul piano concreto, che i più saggi dicono essere il piano delle apparenze. Ci sembra di ricordare le parole di una tantrica tibetana nota al mondo come “la danzatrice del cielo”: ” Assorbitevi intensamente nell’esperienza del desiderio, perché senza questa i misteri non hanno significato “ ( La danzatrice del cielo , Keith Dowman, ed. Ubaldini, Roma, 1985, p. 147).

Lasciamo anche le donne di Khajuraho con un senso di gratitudine. In realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi. Muovendoci controcorrente rispetto al corso del Gange, il grande fiume sacro che gli indiani venerano come il corpo stesso della divinità, toccheremo tre tra le più sante città dell’India del Nord: Benares, Allabhad, Haridwar.

Benares

Reportage di un Viaggio in India – di Selene Calloni Williams

Lo stato naturale si rivela a Benares come celebrazione della vita e venerazione della morte. Nascere e morire: cosa vi è di più naturale? Benares, o Varanasi, come la definisce il suo nome più antico, è la città dedicata al dio Shiva. Divinità antichissima, le cui origini si perdono nella notte dei templi, padre di tutti gli yogin, tantrici, asceti, bramini e sciamani, Shiva è il dio che incarna il principio della distruzione, della morte, del tempo, perciò è detto il Beato Tremendo.

La contemplazione della morte a Varanasi ispira il senso del sacro, inteso quale mistico sacrificio di sé. Morire è darsi, offrirsi nella città di Shiva. Gli indù credono che chi termini la propria vita a Varanasi varchi infallibilmente la porta della liberazione finale, e non sia più costretto a ritornare nella ruota del Samsara, o ciclo delle morti e rinascite. Così un ragazzo morente viene portato sulle rive del fiume per assistere allo spettacolo dell’alba. Mentre nelle case che sorgono lungo il fiume molti vecchi attendono la loro ultima ora.

Il fiume Gange, che per gli indù è una manifestazione diretta della Grande Madre, ha acque limpide nelle regioni dell’Himalaya, dove nasce. Scorrendo attraverso le valli, assorbe in sé i detriti dell’umanità fino a presentarsi alla città di Vanarasi con acque tra le più sporche e inquinate al mondo. Eppure è proprio qui, dove l’acqua è tanto sporca da risultare assolutamente priva di ossigeno disciolto, tanto carica di batteri da dover essere giudicata intoccabile da qualsiasi essere umano, è proprio qui che gli indù compiono le abluzioni allo scopo di purificarsi. Il sacro è anche questo.

Ai devoti che si bagnano nel Gange fanno da contrasto i turisti che indossano bianche mascherine da chirurgo.

A Varanasi c’è proprio tutto… La vita….La morte…

E mentre tutto viene osservato ognuno può ripetere in sé un mantra , cioè una parola o una frase mistica, che rimandi al significato nascosto e indefinibile di ciò che viene vissuto. Noi ci ripetiamo alcune parole del tantrico Tilopa:

“Non produrre immagini, non pensare, non analizzare, Non meditare, non riflettere, mantieniti nello stato Naturale!”

Interrogandoci, scopriamo che anche a Varanasi ci piacerebbe incontrare un tantrico, come ci è capitato di fare a Khajuraho. Presto capiamo che cercare un tantrico è il modo migliore per non trovarlo. La nostra guida locale cerca e chiede ad altre guide, a bramini, a yogin, a sadu e persino a gente della strada. Le indicazioni che ci danno ci portano a cialtroni e maghi di ogni sorta.

Ma un uomo ci colpisce. Dice di chiamarsi Baam baba. I suoi occhi neri sono assolutamente fissi, permanentemente spalancati. Ci spiega che per ore e ore al giorno pratica la concentrazione sul fuoco, fissando le fiamme senza sbattere le palpebre. Quando fissa il fuoco in questo modo, egli recita un mantra segreto e getta nel fuoco i suoi desideri. Il fuoco trasmette il desiderio al dio del vento che lo porta direttamente a Bhairava, un aspetto di Shiva che Baam baba venera in particolare. Nella sua casa c’è persino una nicchia che racchiude una statua raffigurante Bhairava bambino ed egli sostiene che tale statua abbia più di 500 anni. Infatti egli dice che suo padre e suo nonno erano tantrici al pari di lui.

La conquista dello stato naturale ci sembra assai lontana da tutto questo. Umana, molto umana, è la lontananza dallo stato naturale. Assorbirsi nel desiderio liberi dalla volontà di possesso, contemplare il desiderio senza il bisogno di vederlo realizzato sul piano concreto. Forse è necessario essere poeti per gustare il nettare della pura essenza. Per l’intervista che ci ha concesso, Baam baba ci chiede ben 100 dollari. Poi ci fa una strana proposta che accettiamo con circospezione.

Un antico maestro tantrico del Khasmir, Abinavagupta, ha indicato la via per trasformare i veleni in nettare; il sesso, l’alcool e le droghe sono tra quei veleni. Abhinavagupta ha anche spiegato che solo coloro i quali sono guidati da cattivi maestri interpretano l’insegnamento in senso letterale e utilizzano concretamente certe sostanze. Il vero tantrico, da grande artista, interpreta gli insegnamenti in senso metaforico ed è esclusivamente a mezzo del proprio potere visionario che opera con i veleni trasformandoli in nettare, come un vero alchimista. Baam baba ci propone di invitarlo a bere wiski di buona marca, poiché, egli sostiene, tale sostanza dona a lui poteri straordinari. Lo invitiamo nel nostro albergo alla sera, viene con un amico che si professa suo discepolo. Alla fine della serata, fissandoci con il suo sguardo sbarrato, ci parla di noi e indovina pure: dice di noi cose vere e non evidenti, ci dà anche consigli del tutto sensati.

Ma lui è ubriaco e dà di sé uno spettacolo penoso!.. No, non è certo questo lo stato naturale!. Intanto abbiamo avuto un esempio di come il bisogno di esercitare un potere sia capace di rovinare l’uomo. Andiamo via, prendiamo rifugio nell’arte!

La danza di notte in barca sul fiume Gange, dinnanzi alla città di Benares brulicante di gente, carica di vita e di morte. Finalmente nella danza riconosciamo lo stato naturale e troviamo un’espressione autentica della sua ricerca. Il danzatore interpreta alcune delle grandi divinità indù, ne racconta la storia con i movimenti del corpo e del viso. Ogni volta bastano pochi attimi e pare che la divinità in questione si impossessi del suo corpo; il danzatore è in trance in un istante. Una trance che esprime forza, gioia e ci trascina. Impossibile per noi essere su quella barca senza sentirci allargare il cuore, senza cancellare i pensieri e partecipare alla rigenerazione delle forze.

Il guru che si sposta per l’India seguito da oltre 650 discepoli tutti vestiti uguali è Swami Sarasvati.

Lo incontriamo a Benares per caso. Si trova a capo di un’organizzazione efficiente, capace di fare molti seguaci e di organizzarli in attività quotidiane semplici ma puntuali. Il suo braccio destro, inseparabile da una borsa porta documenti, ci spiega i prodigi dell’organizzazione. Siamo colpiti dallo spirito di obbedienza e conformismo che anima la sua cerchia. Poniamo al guru una domanda e lui ci risponde con un tentativo di spiegazione dell’intera metafisica indiana.

Lasciamo il guru è all’improvviso eccoci faccia a faccia con l’autenticità di una giovane donna. Appartiene all’ordine delle suore fondato da Madre Teresa di Calcutta. Sorridente, mentre parla del suo lavoro che la vede impegnata a raccogliere moribondi per le strade e ad occuparsi di persone talmente devastate da malattie, vecchiaia o incidenti, delle quali nessun altro avrebbe la forza di prendersi cura. “Noi accogliamo tutti i bisognosi senza distinzione”, ci dice, “Bramini, sadu, yogin, indù, mussulmani, giainisti, sick, noi curiamo chiunque abbia bisogno: per noi tutti sono ugualmente esseri umani”. La salutiamo commossi, certi di aver incontrato l’incarnazione di una delle forme più nobili dello stato naturale.

Bahirava baba è un po’ malato, ci sembra raffreddato. Il suo nome ci ricorda il guru dagli occhi sbarrati, bevitore di wiski e non ci sembra di buon auspicio. L’abbiamo trovato per caso, perché la nostra guida, avendo sbagliato strada e avendo chiesto informazioni, ha ricevuto da un passante la notizia della sua presenza in una casa nella parte più isolata della riva del Gange che ospita la città di Varanasi. Siamo stanchi e accettiamo la proposta della nostra guida di visitare Bahirava baba di malavoglia. Ma per fortuna accettiamo: l’incontro è importante! Prima ancora che noi iniziamo a porgli una qualsiasi domanda lui ci parla:

“Il vero tantrico utilizza l’alcool sono quando è in grado di trasformarlo in latte e comprende nel desiderio erotico un’energia, una forza, che, se non dispersa nell’atto fisico, sale nel suo corpo, aprendo tutti i suoi centri energetici, conducendo la mente alla libertà dal conosciuto, il cuore alla gioia, e l’anima al divino. Lo stato naturale è la comprensione profonda della perfezione di tutte le cose”

Siamo allibiti, quest’uomo pare conoscerci e sapere esattamente da dove veniamo, chi abbiamo incontrato sul nostro cammino e ciò che abbiamo visto. Vorremmo chiedergli molte cose, ma lui non risponde alle nostre domande se non con un’altra domanda, sempre uguale: “Voi come conoscete il tantrismo e cosa ne sapete?” Così, parliamo di noi. Lui ci blocca all’improvviso, sorride: “Bene!”, ci dice e poi ci indica un luogo remoto dell’India in cui dovremmo recarci in tre giorni particolari dell’anno. Là, in quei giorni, i tantrici di tutta l’India si riuniscono e là noi potremo incontrare, dietro il tempio chiamato Kali Mandir, un certo Shyam Nath Sharma, il quale, se vorrà, ci introdurrà alla chakra puja , una pratica elevata e segreta.

Allahabad e Kausambi

Misteriosa, come tutto ciò che è sacro, Allhabad ci dona immagini senza tempo. Qui si incontrano ben tre fiumi: due reali, il Gange e lo Yamuna, e il terzo, immaginario, è il mitico Saravastati, il fiume dell’illuminazione. Nella gioia del volo l’uccello, qua e là, nel vuoto, va scrivendo parole senza alfabeto. Quando la mente vola si risveglia la mia voce, la penna descrive la gioia delle ali.” Tagore.

Il meraviglioso tempio sotterraneo ci parla delle divinità di natura: il dio del fiume, del vento, del sole, la Madre Terra e simultaneamente ci ricorda le forze che sono nascoste dentro l’uomo.

Sull’altra sponda del fiume, un altro guru ci attende con la sua cerchia di seguaci. Egli dice di essere il continuatore dell’opera di un noto santone, il cui samadhi , o luogo dell’ultimo riposo, è frequentato da diversi devoti. Non possiamo sottrarci all’entusiasmo che egli pone nel volerci parlare della loro organizzazione che ha sedi persino in Francia e negli Stati Uniti.

Infine fuggiamo e decidiamo di andare lontano, via dalla città, desiderosi di raggiungere una qualsiasi meta non sia segnata sulle carte geografiche.

Kausambi è un villaggio antico e, pur essendo riportato sulle carte geografiche, appare fuori dal mondo. È qui che documentiamo l’aspetto più selvaggio dello stato naturale. Nostri principali maestri: i bambini.

E, quasi a conferma e a suggello della ricchezza selvaggia di ciò che abbiamo trovato, mentre stiamo per lasciare il villaggio ci coglie all’improvviso l’immagine di una processione dedicata alla dea Kali, la più selvaggia e incontenibile divinità del pantèon induista.

Haridwar

Per arrivare ad Haridwar da Allahabad ci attendono oltre venti ore di treno. Un viaggio faticoso e in apparenza interminabile dal quale temiamo di uscire distrutti. Ma, arrivati a destinazione, l’aria tersa delle regioni dell’Himalaya ci rigenera in poco tempo. Ad Haridwar il fiume Gange abbandona l’Himalaya per iniziare il suo viaggio lungo le pianure: per questo Haridwar è considerato uno dei luoghi più sacri dell’India. Il Gange, la Grande Madre , ha acque limpide, vivacizzate dalle correnti, qui il fiume non ha ancora incominciato ad assorbire in sé l’oscurità dell’umanità.

Haridwar è piena di centri di yoga, di luoghi di culto, di raffigurazioni di divinità. Ogni sera, sulle rive del Gange, ad Haridwar si celebra la Ganga Aarati , una cerimonia religiosa indimenticabile che vede numerosi bramini intenti a fare offerte di luce e di profumi alle acque della Grande Madre. È la celebrazione degli elementi: terra, acqua, aria, fuoco, dall’aggregarsi dei quali origina la vita e dal disgregarsi dei quali origina la morte.

Haridwar, come la vicina Rishikesh sono luoghi raggiunti dal capitale occidentale che ha contribuito a creare e a mantenere fiorenti i numerosissimi centri di yoga. Chi giunge qui deve sapere che molti dei sadu , o santoni, che circolano per le strade di queste città o che vivono fuori città lungo le rive del Gange, dove i turisti sono soliti fare le passeggiate, sono dei veri e propri banditi travestiti. Negli ultimi anni, pare che oltre una decina di turisti siano stati uccisi e derubati da questi inquietanti personaggi.

Ma in mezzo al caos non è escluso che si nascondano dei tesori.

Shri Prem Das Jee vive fuori dalla città di Haridwar, nel suo ashram , o luogo di preghiere e pratiche, dove egli vive in compagnia dei più stretti discepoli, vi è uno Shiva lingam, o fallo di Shiva in pietra, che egli sostiene avere oltre 5.000 anni ed essersi auto generato. Shri Prem Das ci invita nella capanna dove è solito fumare il chillum con i suoi discepoli. Ci offre del tè.

“La prima cosa che chiedo di fare a chi voglia divenire mio discepolo è pulire l’ashram, la cappella dove ha sede il lingam, le stanze dove dormiamo, i bagni, le stanze comuni e il giardino. Qualunque uomo voglia divenire mio discepolo deve innanzitutto pulire l’ashram per ripulire il proprio cuore dall’orgoglio e dalla presunzione e per pulire la mente dalle idee e dalle convinzioni con le quali è giunto qui. Qualunque donna voglia divenire mia discepola deve per prima cosa ricevere il mantra, che io sussurro alle sue orecchie, poi deve prendere a ripeterlo tra sé e sé, continuando per giorni e notti senza sosta.”

Shri Prem Das si professa tantrico. Egli mangia solo ortaggi di colore verde e beve unicamente acqua e latte. Anche i suoi discepoli devono divenire vegetariani, abbandonare qualsiasi bevanda alcolica e fare voto di castità. “Apprendendo a mutare i veleni in nettare, nel mio ashram uomini e donne ugualmente accolti e venerati, raggiungono la meta senza un cammino da percorrere”.

Ancora una volta una poesia di Tagore bussa alla nostra memoria:

“Anche se le stelle brillano tutta la notte non lasciano il segno del loro cammino”. Tagore

Ci viene alla mente anche l’immagine del tantrico di Benares vestito di bianco, Bhairava baba. Ricordiamo ora che egli ci aveva detto queste parole:

“Qui in India i tantrici godono di cattiva fama, a causa della superficialità della gente e della stupidità di alcuni falsi maestri. Per questo io non dico mai di essere un tantrico, a meno che qualcuno, come voi, sia assolutamente deciso a trovare in me la mia autentica natura. Quello che dico di me è che sono un sadaka , ovvero un ricercatore. Non è difficile che ciò che è più puro appaia immondo agli occhi distratti della gente. Molti fanno uno yoga per purificarsi. Ma il Gange, la Grande Madre , ha acque terse nell’Himalaya, dove nasce, e scorrendo assorbe in sé tutta l’oscurità del mondo, per questo la Grande Madre è sacra. Chi davvero voglia trovare se stesso deve fare come il Gange, per questo si dice che la ricerca di sé comporti immensi pericoli, per questo è importante avere un maestro che ci assista, da dentro o da fuori di noi”.

Raggiungibile solo attraverso una strada di montagna piena di tornanti che sale da Rishikesh per oltre venti chilometri nella foresta dell’Himalaya vi è il suntuosissimo palazzo di un marajà e lì accanto un centro di yoga e medicina ayurvedica ultra lusso. Atmosfere soft, abiti preferibilmente bianchi, lezioni di yoga individuali, diete, meditazioni personalizzate, curatissimi giardini con finte cascate ed erba sintetica per il mini golf. “Ananda nell’Himalaya” propone uno “yoga da salotto” di prezzo indiscutibile. Frasi tratte dai testi sacri, i Yeda, i Purana la Bhagava Ghita, fanno bella mostra di sé negli ascensori, nelle camere e persino sui flaconcini dello shampoo.

Ma come sempre proprio all’ultimo, quando ormai non ce lo aspettiamo più, ecco che ad Haridwar troviamo ancora qualcosa di autentico, un luogo dove le parole sagge conservano intatto il loro potere e un uomo di 91 anni siede a guardia di un sarcofago: il sepolcro della Madre Permeata di Gioia. Sri Anandamayi Ma, la madre Permeata di Gioia è stata una delle più grandi figure spirituali dell’India moderna. Swamee Vijayanandajee è un uonmo di 91 anni di nazionalità francese che è giunto qui, all’ashram di Anandamayi Ma, all’età di 35 anni e da allora egli non ha più abbandonato la Madre, né da viva né da morta. Swamee Vijayananda è un uomo eccezionale, malgrado l’età la sua mente è perfettamente lucida, ricorda una quantità impressionante di date, di libri, di nomi.

Selene e Swamee Vijananda scoprono di avere esperienze comuni. Entrambi hanno vissuto nell’isola di Sri Lanka dove hanno appreso e praticato la meditazione Vipassana dai monaci buddisti theravada negli eremitaggi della foresta. Entrambi hanno amato filosofi occidentali e orientali come Nietzsche e Aurobindo della cui opera hanno apprezzato il carattere mistico e non logico.

“E quando ho incontrato i Veda”, dice il Swami, “ho trovato lo stesso carattere mistico e non logico dei filosofi della mia adolescenza francese. La mente è l’io e il senso dell’io, l’identità personale, l’attaccamento a sé, sono tutto l’ostacolo che noi abbiamo, il solo, grande impedimento”. Per Selene e Vijananda incontrarsi è una festa, hanno davvero tanto in comune.

“Il guru” dice Vijananda, “è qualcuno che risveglia in te il potere divino. Anandamaya Ma è stata il mio guru”. “Cosa ne pensi del tantrismo, degli insegnamenti di Abinavugupta, Tilopa, Naropa e degli altri tantrici?” “Ah!. Quello!..E’ un insegnamento assai elevato, il più elevato!..”.

“Perché c’è bisogno di un maestro?” “Risvegliare il potere divino è ridestare ogni aspetto dell’essere, anche il più profondo e oscuro. La ricerca è densa di pericoli, ad ogni passo un tranello è in agguato. Il maestro al tuo fianco è la garanzia migliore di riuscita. Per alcuni è possibile conseguire la meta senza il maestro, ma si tratta di pochi, pochissimi!”

“Cos’hai provato quando la Madre è morta?” “Un grande, grande dolore. Ero già un uomo libero, ma ero un uomo. Il segreto della libertà è non dimenticare mai di essere un uomo, allo stesso modo in cui il Gange, la Grande Madre , non dimentica mai di essere un fiume”.

Si dice che, quando il celebre yogi Yogananda andò a trovare Sri Anandamayi Ma, a Calcutta, e le chiese di dire qualcosa della sua vita, la Madre rispose:

Padre, vi è poco da dire . Prima che venissi su questa terra.’io ero la stessa’. Da bambina ‘io ero la stessa’. Divenni donna , ma ‘io ero la stessa’. Quando la famiglia predispose di far sposare questo corpo, ‘io ero la stessa’. Ed ora di fronte a voi, Padre, ‘io sono la stessa’. E per sempre in futuro, malgrado la danza della creazione cambi intorno a me nello spazio dell’eternità, ‘io sarò la stessa’.

Lascia un commento