Kazakistan, le tecniche dell’estasi dal 31 marzo all’8 aprile 2018


Sciamanismo e sufismo: yoghin, sciamani e dervisci

Viaggio/seminario Condotto da Selene Calloni Williams

Nel lontano 1982 ho incontrato Michael Williams nell’isola di Sri Lanka, lì è cominciata la mia avventura con lo yoga sciamanico che mi ha portato a scrivere i miei libri, a fondare prima l’Associazione di Nonterapia e poi l’istituto Imaginal Academy e Voyagesillumination, con cui ho realizzato viaggi nei luoghi più mistici del pianeta.

Negli anni ho esplorato il sufismo in diversi paesi come lo Yemen e l’Iran: Puoi vedere i diari dei miei viaggi, le foto gallery: Diario di Viaggio in  Yemen, FOTO GALLERY YEMEN, FOTO GALLERY IRAN

e il filmato “L’esperienza sciamanica e la psicologia archetipica”

Oggi, dopo accurate ricerche, ho trovato contatti di una autentica tradizione sufi in Kazakistan. Ho così pensato ad un viaggio/seminario davvero speciale. Un seminario sullo yoga sciamanico e una full immersion nel sufismo con autentici maestri sufi. Entrambi, lo yoga sciamanico e il sufismo sono tecniche dell’estasi e hanno molto in comune. Se vuoi saperne di più puoi leggere il testo qui di seguito che ho scritto appositamente per dare una giusta cornice al nostro seminario in Kazakistan, ma soprattutto, se davvero vuoi non solo saperne di più, ma sperimentare in prima persona perché, come me, sei convinto che la vita è adesso e che adesso è il momento di vivere, allora non hai che da venire con noi!

Selene Calloni Williams

Attenzione: la partecipazione è subordinata ad un colloquio e il numero dei partecipanti è limitato.

“La grande distanza che separa l’estasi di uno sciamano dalla contemplazione di un Platone, tutta la differenza creata dalla storia e dalla civiltà, non muta in nulla la struttura di questa presa di coscienza della realtà ultima: è attraverso l’estasi che l’uomo realizza a pieno la sua situazione nel mondo e il suo destino finale.” (Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, edizioni Mediterranee, Roma,1988, p. 420.)

 

Lo sciamano

“Egli è psicopompo e fors’anche sacerdote, mistico e poeta:” (Mircea Eliade “Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi”, edizioni Mediterranee, Roma, 1988, p. 22).

Psicopompo è il viaggiatore dei due universi, il visibile e l’invisibile. È colui il quale garantisce continuità tra le due dimensioni e anche sa accompagnare le anime al di là e al di qua della grande soglia.
Il viaggio attraverso gli universi è dato dalla capacità di entrare in uno stato d’estasi, una condizione di ampliamento della consapevolezza ben oltre i confini della mente ordinaria.
Lo stato dell’estasi è sempre presente in uno sciamano, è una sua caratteristica permanente, come essere poeta per il poeta, ma viene accentuata in particolari momenti definiti rituali a mezzo di strumenti di cui il più utilizzato è il tamburo.

Grazie alla sua capacità estatica lo sciamano è l’elemento di unione del visibile all’invisibile. Il collegamento trai due universi per lo sciamano è diretto. Lo sciamano non ha bisogno di mediatori per parlare con Dio.
Dio per lo sciamano, che è inscindibilmente unito alla natura, rappresenta l’aspetto invisibile di ogni cosa, è ciò che tutte le cose sono nel loro profondo e nel loro aspetto più libero, autentico ed elevato.

Lo sciamano comunica con i mondi dei cieli e con i mondi inferi, che sono rispettivamente la profondità e la verità di tutte le cose. E in questo dialogare con i cieli e con gli inferi lo sciamano non ha bisogno di mediatori. Perciò lo sciamano non ha nulla a che vedere con il medium. L’estasi sciamanica non è la trance del medium. Il medium parla per voce di spiriti e riporta i messaggi degli spiriti, degli angeli, dei demoni, dei morti, dei maestri o dei saggi, che parlano per suo tramite. Lo sciamano attinge le conoscenze direttamente dal cielo e dall’infero, va di persona alla fonte delle informazioni. Egli può anche prestare la propria voce ad altri, poiché ha una relazione con le creature invisibili ma ciò è fatto per pacificarle, guarirle, accompagnarle, consigliarle.

Lo sciamano è guaritore dei vivi e dei morti. Egli si occupa anche degli spiriti di natura, dei demoni, degli angeli e di coloro che stanno per nascere. Infatti “l’estasi sciamanica può essere considerata una ritualizzazione di quell’illud tempus mitico nel quale gli uomini potevano comunicare in concreto con il cielo” (Mircea Eliade op. cit. p. 535). In quel tempo delle origini umano e divino erano in contatto diretto e non c’era bisogno di mediatori.

Questo tempo delle origini può essere visto anche come uno stato di coscienza non duale in cui vita e morte, conscio e inconscio, visibile e invisibile, umano e divino sono distinti ma non separati, sono uno il riflesso dell’atro e, in quanto riflessi, nessuno dei due esiste nella propria realtà separata, in verità esiste unicamente la loro relazione, che è l’incessante darsi dell’uno all’altro, è il sacrum facere, l’offrirsi, l’amore incondizionato.

Il mondo dell’amore possiamo pensarlo come l’età dell’oro di cui ci parla Esiodo. Nell’età dell’oro gli uomini non conoscono la vecchiaia, la sofferenza, la malattia, vivono vite lunghissime alla fine delle quali non muoiono ma si addormentano divenendo daimones, cioè spiriti guida per i viventi. Nell’età dell’oro i viventi e i morenti, coloro che transitano dalla nascita alla morte e coloro che transitano dalla morte alla successiva rinascita, i visibili e gli invisibili esistono insieme, distinti ma non separati. Gli uni percepiscono gli altri, ne sentono costantemente la presenza.

Nell’età dell’argento viventi e morenti, visibili ed invisibili si trovano ancora in uno stato non-duale, ma per incontrarsi hanno la necessità di celebrare rituali. Questa è l’epoca dei rituali sacri e dei culti degli avi.

Nell’età del bronzo, viventi e morenti si percepiscono distinti e separati, tra i due non vi è più comunicazione. I morenti continuano a cercare di guidare i viventi, come daimones, ma non sono ascoltati e, molto spesso, essi stessi per primi si trovano in condizioni di bisogno e di depressione tale per cui i loro tentativi di aiuto ai viventi si tramutano in pesi e corde che li legano e li inabissano.
Nell’età del bronzo l’incapacità di “vedere” l’invisibile, la chiusura del “terzo occhio”, è generata dalla paura che contrae e serra l’individuo entro angusti limiti.

La paura è la conseguenza del fatto che l’uomo vuole il potere e, in virtù di ciò, tradisce l’equilibrio universale, sentendosi poi nella condizione di chi deve espiare una colpa ed è potenzialmente sempre in pericolo.

L’uomo che vuole il controllo sulle immagini è costretto a limitarle entro i confini della propria possibilità di misurare, prevedere, governare. Per conseguenza chiude i canali di comunicazione con l’invisibile, rinuncia alla relazione con gli spiriti e con l’anima, per concentrarsi sulla parte dell’immagine su cui la sua mente può avere l’impressione di esercitare un controllo. In tal modo, rompe l’armonia universale e distrugge l’equilibrio primevo.
Ogni immagine nell’universo ha una duplice essenza: visibile e invisibile. Esiste la luna ed esiste lo spirito della luna, esiste la pioggia e lo spirito della pioggia, il ginepro e lo spirito del ginepro, l’aquila e lo spirito dell’aquila.
Spezzando l’immagine a metà non si può mai conoscerla per davvero e se ne diviene vittime. Così si finisce per cadere in un universo materiale e meccanicistico, cioè un universo un cui ogni cosa è governata da leggi meccanicistiche e tutto ciò che accade è prodotto da causalità meccaniche e deterministiche. Questa è l’età del bronzo nella quale l’uomo, avendo perso il contatto con la parte invisibile di sé, è soggetto alla paura della morte, intesa come fine irreversibile.

Nell’età del bronzo l’uomo si dà regole, norme e leggi che lo governano dall’interno. A mezzo di queste leggi –le quali determinano tutto il suo modo di percepire l’universo e quindi creano il suo mondo- l’uomo spera di poter ritrovare la felicità dell’età dell’oro, il cui ricordo egli porta ancora nelle profondità della propria memoria. In verità, queste leggi, norme e regole (definite “arconti” nello Gnosticismo), lo allontanano sempre più dalla felicità delle origini.

È sulla base di norme, leggi e regole mentali  (ben diverse dalle leggi naturali) che regolano i rapporti tra i mondi e il  viaggio estatico dello sciamano) che si costruisce la civiltà attuale, la quale, per parafrasare Ungaretti, è “una atto di prepotenza nei confronti della natura”. “L’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.” “Io personalmente son un poeta e quindi incomincio col trasgredire tutte le leggi facendo della poesia”. (da “Comizi d’amore”, Pasolini intervista Ungaretti).

Lo sciamano, proprio come il poeta, è un ribelle per amore; egli ama profondamente la natura, la vita, gli organi (che non considera meri oggetti materiali), e soprattutto ama l’amore, il quale è la forza che genera tutti gli dei e ogni immagine della natura che l’uomo può contemplare e chiamare bellezza.
È come se gli arconti non avessero effetto sullo sciamano, per il quale l’unica regola è non avere regole. Uno sciamano è come un albero che pensa: totalmente legato all’istinto, all’intelligenza naturale, completamente affidato alle armonie e ai ritmi cosmici, ponte tra la terra e il cielo, assolutamente immune alla paura e al condizionamento generato dalla mente critica, capace di usare la propria mente come uno strumento, senza farsi convincere a condividere i suoi valori, ma tenendo ben saldo nel cuore il valore più significativo in natura: la bellezza.

Lo sciamano rappresenta l’uomo che porta, come un indelebile marchio di fabbrica, il segno della beatitudine delle origini, questo è l’uomo che esiste al di fuori dei confini della civiltà, non nel senso che ne è ai margini, ma nel senso che la comprende pienamente e, dunque, la argina, non dando ad essa alcun modo di entrare sotto la sua pelle e di stabilire le leggi del suo sentire. Lo sciamano è un sano e utile esempio di libertà: sano, perché l’uomo dell’età dell’oro non conosce le malattie, non le ha ancora inventate, utile, perché uno psicopompo conduce negli spazi selvaggi del cuore, nelle sconfinate praterie dell’amore, dove tutto è imperturbabile bellezza e impeccabile gioia.

Seguire uno sciamano è l’impresa più folle e più saggia che un individuo possa compiere. Il primo beneficio che incontra chi ha il coraggio di partire è la capacità di comprendere il linguaggio del vento.

Lo yogin

“Se si osserva attentamente la vita da una parte e lo yoga dall’altra, ci si accorge che tutta la vita è, in modo cosciente o subcosciente, yoga. Con questo termine, infatti, intendiamo uno sforzo metodico di perfezione di sé attraverso il manifestarsi di potenzialità latenti nell’essere e la ricongiunzione dell’individuo amano con l’Esistenza universale e trascendente che vediamo parzialmente espressa nell’uomo e nel Cosmo.” (Sri Aurobindo, “La sintesi dello yoga”.)

Lo yoga è l’atto dell’affermazione della libertà e dell’immortalità a mezzo della vittoria dell’amore sulla paura. La libertà è la libertà dai valori mondani, la capacità di andare al di là del bene e  del male e di riunificare tutti gli opposti. Questo stato – che è la condizione in cui tutto è puro fin dall’origine, omnia munda mundis– ristabilisce l’equilibrio primevo l’ordine universale, sciogliendo la colpa e la paura. Chi non ha paura non serra le porte dei propri sensi, non si rintana nel proprio io, non si chiude alla visione sottile, non contrae i canali percettivi, allora vede il visibile e l’invisibile e conosce la vera natura di tutte le cose: egli è incessantemente consapevole nel ciclo vita-morte-vita e non cade nella fossa dell’inconsapevolezza attraversando la grande soglia, rimane vigile e attento e sempre memore di sé. Questa condizione non è mai permanente quando si possiede un corpo umano, ma è acquisibile attraverso l’estasi.

Il termine yoga viene riferito alla radice sanscrita “yuj”, che significa “unire”, “aggiogare”. Infatti nei Veda si trovano termini correlati alla radice “yuj” e fanno riferimento all’atto del dominare i propri sensi e la propria mente al fine di utilizzarla come uno strumento del cammino di liberazione anziché essere schiavi del condizionamento esercitato dal mondo attraverso i sensi. Nelle Upaniṣad vediche, in particolare nella Maitrī Upaniṣad, VI.18, lo yoga viene descritto come un sentiero speculativo che permette di “vedere” l’invisibile e di riunificare dunque i due universi: umano e divino.

“… allorché un veggente vede l’Aureo, il Fattore, il Signore, lo Spirito, il Brahman, la Matrice, allora egli sa, avendo abbandonato il bene e il male, realizza la onniunità nel Supremo inalterabile”. (Maitrī Upaniṣad, VI. 18, traduzione di Pio Filippani Roncononu, in Upanisad antiche  medie, Torino, Boringhieri, 2007, p. 406).

Anche nella Bagavad Gita lo yoga non è presente come una tecnica psicofisica o una filosofia strutturata, bensì come atto di ampiamento della visione e del cuore e unificazione con il divino.

Ciò porta a considerare che quello che comunemente viene definito come “yoga”, e cioè un insieme di tecniche psicofisiche a carattere ginnico o a sfondo psicologico o filosofico, ben poco ha a che vedere con lo yoga antico e tradizionale.
Lo yoga più antico, protostorico è sciamanico. In quanto atto di visione dell’Assoluto, esso esprime lo stato dell’estasi sciamanica. Inoltre, “Considerate le origini protostoriche dello Yoga classico non è però affatto da escludersi l’esistenza di forme intermedie di Yoga sciamanico” (Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, op cit. p. 442).

Tuttavia Eliade distingue tra estasi sciamanica e enstasi (termine che conia egli stesso) yoghica: “Devesi sottolineare la differenza strutturale esistente fra Yoga Classico e sciamanismo: benché anche il secondo conosca tecniche di concentrazione, pure il suo scopo finale resta sempre l’estasi e il viaggio estatico dell’anima nelle varie regioni cosmiche, mentre lo Yoga persegue l’”enstasi”, la concentrazione suprema dello spirito e l’evasione dal cosmos.” (Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi op cit. p. 442).

Questa ci appare una differenza di percorso, non di arrivo. Quando lo yoga si codifica in un tracciato di pratiche psicofisiche, etiche e filosofiche indica una via verso l’estasi che non è più immediata, come quella dello sciamano. La differenza fondamentale può essere nel fatto che, mentre lo sciamano è eletto, prescelto per l’estasi, lo yoghin acquisisce la capacità di unirsi all’Assoluto mediante un percorso di concentrazione e ritiro dai mondi.

Questo può trovare conferma nel fatto che nello yoga sciamanico tibetano lo yoghin che, nella fattispecie è altresì uno sciamano, non segue alcun percorso tracciato per entrare nell’unione con l’Assoluto. La sola consegna è abbandonarsi, cessare ogni sforzo, lasciare andare speranze e paure.

Ecco cosa dice quel grande yoghin e sciamano che fu il maestro di Naropa, il leggendario Tilopa: “Il supremo modo di vedere è trascendere soggetto e oggetto.” “La suprema meditazione è non essere distratti”. “La suprema condotta è assenza di sforzo”. “La realizzazione della meta è non avere né speranza né timore”. (Tilopa, traduzione di Giuseppe Baroetto, in Il Grande Sigillo, edizioni Promolibri, Torino, 1997, p. 31)

E ancora: “La vera natura della coscienza è chiarezza al di là delle immagini”. “La meta della via degli esseri risvegliati è conseguita senza una via da percorrere”. “Il sommo risveglio è conseguito senza qualcosa da praticare”. (Tilopa, in Il Grande Sigillo op. cit. p. 33).

Lo yoga non è certo un fenomeno specifico di alcuna particolare tradizione hindu. Il medesimo termine sanscrito, con significato analogo, si trova anche in ambito buddhista, giainista e persino andino e islamico.

Si parla pertanto di uno yoga himalayano sciamanico  e persino di uno yoga andino sciamanico che esprimono i temi della mistica sciamanica, dell’erotica sciamanica e della poetica sciamanica.

Per quanto riguarda l’Islam, invece, “con il diffondersi dell’Islam fra i Turchi dell’Asia centrale certi elementi sciamanici furono assimilati dai mistici mussulmani”. (Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, op. cit. p. 428). Il sufismo può essere considerato come una forma di yoga islamico. Esso ha tratti fortemente sciamanici poiché ricerca la trance estatica e, nell’estasi, l’unione con l’Assoluto.

In generale, lo sciamano è il portatore del ricordo dell’umanità del tempo delle origini, quando umano e divino, visibile e invisibile, vita  morte, individuo e cosmo erano distinti ma non separati e godevano l’estasi della loro unione. Non deve stupire, dunque, che lo sciamanismo sia stato assorbito da quei cammini spirituali che puntano al ritrovamento dello stato di non dualità, primo fra tutti lo yoga.

Da sempre lo yoga è trasmesso in lignaggi iniziatici. Non si può pensare di praticare uno yoga senza essere stati iniziati da un maestro all’appartenenza ad un lignaggio.

Il lignaggio dello yoga sciamanico è certamente il più antico e riamane trasversale rispetto alle vie spirituali che perseguono la libertà e la riunificazione dell’umano al divino a mezzo di un’esperienza diretta.

Il lignaggio sciamanico dello yoga non è geograficamente né storiograficamente classificabile: a causa della sua primitività e trasversalità, si può trovare in India come in Siberia, nelle regioni Himalayane o tra i sufi dello Yemen.

Personalmente ho iniziato il mio percorso grazie all’iniziazione di un maestro nell’isola di Sri Lanka e successivamente ho trascorso ampi periodi di tempo con gli sciamani della Siberia, con i monaci eremiti birmani e dello Sri Lanka, con gli sciamani della Siberia e del Myanmar e ho visitato e trascorso periodi di tempo discretamente lunghi nei monasteri lamaisti del Bhutan, del Tibet, del Ladakh e del Nepal, ho anche celebrato il rituale cosiddetto della Chakra Puja a Guwahati in  Assam con gli yoghin esponenti del tantrismo sciamanico. Ho praticato rituali con sciamani andini, peruviani, messicani, argentini, esponenti, a loro stesso dire, dello yoga sciamanico andino.

Parlare di yoga sciamanico non è facile, anche se ci si è immersi  nella materia per tutta una vita. In un mondo, quello dello sciamanismo, dove l’unica regola è non avere regole, i confini non esistono: sciamanico è ciò che in ogni cammino spirituale ha a che fare con l’estasi e quindi con il contatto diretto tra umano e divino e con il viaggio attraverso i mondi invisibili. Lo yoga sciamanico è ora hindu, ora buddhista, ora islamico e ora indoeuropeo.

 Il sapere, nel mondo attuale, è sempre più specialistico e i campi della conoscenza sono sempre più settoriali. Un seminario sullo yoga sciamanico deve poter spaziare da Oriente a Occidente senza timori, come uno sciamano deve poter viaggiare di mondo in mondo per cogliere ed evidenziare quel cuore pulsante comune a tutte le tradizioni spirituali dell’estasi. Io stessa ho viaggiato per trent’anni e credo di aver conosciuto solo una piccola parte delle espressioni di quel fenomeno antico e universale che è lo yoga sciamanico. Devo dire però una cosa, ovunque arrivavo, qualunque sciamano e yoghin incontravo: da Sheikh Sadiq, in Yemen, da Kazimir e Svetlana in Altai, dai lama e dai tulku del Bhutan, da Wai Lan Lan in Birmania, da Kuntur in Argentina, da Tonatiuh Mecika in Messico, da  Michael Williams in Sri Lanka, c’era sempre un riconoscersi immediato. Solo questo basterebbe a comprendere che la conoscenza sciamanica avviene ad altri livelli rispetto a quelli cognitivi comunemente noti e non ci si può aspettare che rientri nelle comuni categorie del sapere.

Lo yoga sciamanico e il sufismo

Lo yoga sciamanico, dunque, si distingue per due caratteristiche: la prima di queste  è l’estasi o capacità da parte dello sciamano di viaggiare attraverso i mondi e di comunicare con l’invisibile, la seconda è la riconquista dello stato primordiale di non dualità che è tipica meta del cammino dello yoghin. Affinché si possa parlare di yoga sciamanico bisogna che, all’interno di una pratica mistica, esoterica e iniziatica, siano presenti entrambe queste caratteristiche. Anche nel sufismo queste due caratteristiche sono presenti simultaneamente, sebbene la mistica di riferimento e il substrato culturale sia completamente diverso, si può pensare di fare riferimento al sufismo come a una forma di yoga sciamanico islamico per la sua attenzione all’estasi e la sua forte aspirazione alla non dualità.

PROGRAMMA DI VIAGGIO

31 marzo – Giorno 1, Almaty

Arrivo ad Almaty. Trasferimento in hotel e tempo a disposizione per il relax e la meditazione. Pernottamento.

1 aprile – Giorno 2, visita di Almaty  

Colazione in hotel. Incontro con la guida ed inizio della visita della città: la chiesa di legno più alta al mondo (la Cattedrale Zenkov), il Green bazar e la moschea centrale, passando per le attrazioni più moderne della città come la futuristica Al Farabey street, il Palazzo presidenziale. Pranzo e Cena in ristorante. Pernottamento.

2 aprile – Giorno 3, Almaty – Seminario di Yoga Sciamanico – Shymkent

Colazione in hotel. Seminario con Selene. Pranzo in hotel. Trasferimento in aeroporto, volo per Shymkent e trasferimento in hotel. Cena in hotel o ristorante.

3 aprile – Giorno 4 , Shymkent –Turkestan

Colazione in hotel. Partenza per la moschea sotterranea “Ak Meshit” chiamata “Grotta del dragone”  (67 km) – uno dei luoghi piu’ misteriosi nella regione sud del Kazakhstan.
Si tratta di un’enorme grotta naturale lungo la strada per Turkestan. La grotta è alta 25 metri, profonda 65 e lunga 154 metri. E’ impossibile non rimanere impressionati al primo sguardo! L’ingresso si trova 10 metri al di sopra del terreno e ci sono delle minuscole scale che portano dentro la grotta. Una delle leggende dice che era il luogo dove viveva un Drago, ma la popolazione locale crede che si trattasse di un antico riparo dove i loro avi si rifugiavano per nascondersi dalle invasioni dei Mongoli. Al giorno d’oggi la grotta è un popolare luogo di pellegrinaggio –  decine di donne, bambini ed anziani pregano nella grotta per essere curati.

Kazakistan, accesso alla grotta del Dragone

Kazakistan, la grotta del Dragone

Trasferimento alla moschea Appak Ishan. Visita della madrassa e della moschea Appak Ishan (maestro Sufi) XIX secolo. Tempo a disposizione per la preghiera. Arrivo a Turkestan – incontro con il professore per parlare della storia della filosofia Sufi. Pranzo in una famiglia Kazaka. Cena in un cafè. Pernottamento.

4 aprile – Giorno 5, Turkestan – Shymkent – Aktau

Colazione in hotel.Visita del mausoleo di Khodja Akhmed Yassui. Khoja Alhmet Yassawy fu uno dei fondatori del Sufismo, filosofo, poeta e predicatore, che ha esercitato una grossa influenza sullo sviluppo degli ordini mistici di lingua Turca. Suo padre Shaikh Ibrahim era famoso nella regione per le innumerevoli prodezze e molte leggende locali narrano di lui. Di conseguenza tutti conoscono, grazie alla sua stirpe, questo tranquillo e schivo ragazzo, il quale ha acquisito nel tempo un’importante posizione spirituale, sempre sostenuto dalla sorella maggiore.

Visita della sauna, risalente al XVI secolo. Visita del museo. Partenza per Shymkent, volo per Aktau. Pranzo e Cena in un cafè. Pernottamento ad Aktau.

5 aprile – Giorno 6, Aktau – regione del Mangystau

Colazione in hotel. Partenza per Shopan ata – 210 km. Shopan-Ata era un seguace Sufi di Khoja Ahmed Yasawi, la cui moschea si può ammirare a Turkestan. In un primo momento si recò nel deserto, cosa che lo inspirò per costruire il monastero di Beket-Ata. Il complesso e’ abbastanza grande, con molte grotte utilizzate per la preghiera di Shopan Ata e dei suo studenti.

Kazakistan, grotte del monastero di Beket-Ata

Kazakistan, grotte del monastero di Beket-Ata

Tea break e trasferimento per la moschea sotterranea di Beket Ata – 69 km.

Beket-Ata fu una scuola Sufi molto importante, che a sua volta ha fondato diverse moschee sotterranee e madrasse nel Mangistau, regione che si trova nella parte occidentale del Kazakhstan, ai confini con il Mar Caspio. Il sepolcro, la moschea sotterranea Oglandy è divenuta un importante luogo di pellegrinaggio per i mussulmani del Kazakhstan. Pranzo al sacco a Beket Ata.

Kazakistan, Monastero di Beket-Ata

Kazakistan, Monastero di Beket-Ata

I discendenti di Beket Ata ci parleranno delle origini del Sufismo e ci introdurranno alle sue pratiche. Sarà un momento si condivisione e di pratica molto importante.

Pernottamento in una casa per pellegrini (casa con due grandi camere separate, una per le donne e l’altra per gli uomini, bagno esterno e docce non disponibili).

6 aprile – Giorno 7, Aktau –Astana

Colazione in guest house. Partenza per la citta’ di Aktau  – 278 km.
Attraverseremo la la cavità di Karagie cavity, 132 metri sotto il livello del mare, il punto più basso lungo la strada misura 119 metri sotto il livello del mare. Dopo 50 km. percorreremo strade secondarie per ammirare il panorama della cavita’ di Karagie ed in particolare della zona denominata “Sautti”.

Arrivo ad Aktau . Pranzo e visita della città con i suoi luoghi storici, culturali, archeologici ed i monumenti più interessanti, possibilità di una breve passeggiata lungo la Promenade. Trasferimento in aeroporto e volo in direzione di Astana. Pranzo e Cena in un cafè. Pernottamento ad Astana.

7 aprile – Giorno 8, Astana: tour della citta’

Colazione in hotel.Incontro con la guida ed inizio del tour della città. Il tour inizia dalla parte vecchia della città, sulla riva destra del fiume Ishim. Piazza della Costituzione, Museo del primo Presidente e la Sala del Congresso saranno i primi punti della città da scoprire. Cammineremo lungo la riva del fiume Ishim e visiteremo la città con il suo movimento ed il suo sviluppo negli anni, i suoi palazzi ed i moderni monumenti della capitale (Independence Square, Water-Green Boulevard, Round Square), cosi’ come quelli storici.

Visita del monumento “Astana-Baiterek”: rappresenta veramente un simbolo architettonico di rinnovo, il simbolo della giovane capitale, uno dei principali simboli del Kazakhstan.

Visita della moschea di Hazrat Sultan: una delle attrazioni più moderne di Astana, la giovane capitale del Kazakhstan. La costruzione della più grande moschea dell’Asia Centrale e’ durata piu’ di 3 anni ed è  stata inaugurata nel Luglio del 2012. “Hazrat Sultan” è la traduzione di “Sultano Apostolo”. La moschea e’ stata chiamata cosi’ in onore di uno sceicco Sufi – Khoja Ahmed Yassawi (dodicesimo secolo), che fu poeta, filosofo e santo, conosciutissimo nell’intera Asia Centrale. Il Mausoleo di questo santo è situato nella città kazaka di Turkestan. La moschea occupa un’area di 11 ettari e può ospitare fino 10.000 persone.
Pranzo e Cena in ristorante. Pernottamento

8 aprile – Giorno 9, Astana. Trasferimento in aeroporto e volo di rientro.

N.B. la partecipazione è subordinata ad un colloquio e il numero dei partecipanti è limitato. Richiedi la scheda dettagliata del viaggio scrivendo a info@voyagesillumination.com