Il furetto e l’eremita nella foresta pluviale dello Sri Lanka


Reportage di un viaggio in Sri Lanka
di Selene M. Calloni Williams

Furetto saltellante, con le spalle cariche di sacchi colmi di polvere del fuoco, il nostro amico Ananda, che per una notte all’anno, in nostra presenza, evocando memorie ataviche, ritornava sciamano, attraversava rapido la fitta vegetazione della giungla tropicale. E noi dietro a lui. “Attenti al fosso!” “Non gridate per non innervosire le scimmie sugli alberi!” e l’attimo dopo: “Fate rumore per spaventare i serpenti!” Ci ordinava con voce secca, senza neppure voltarsi indietro. Avremmo potuto cadere in un qualsiasi fosso lungo il percorso o essere assaliti da scimmie e serpenti che neppure se ne sarebbe accorto. Come un cane che insegue la volpe, vedeva solo davanti a sé, scrutando tra la fitta vegetazione in cerca della radura dove celebrare la devil dance.

Trovato il luogo adatto prima del tramonto, erigeva l’altare con dei rami e lo cospargeva di fiori, mentre i suonatori, deposti i tamburi, raccoglievano la legna per il falò.

Noi ci dipingevamo i visi e attendevamo il buio della notte in cui avremmo ricordato l’aspetto inesauribile delle nostre forze, danzando senza sosta fino all’alba e ritrovando nei nostri limiti i molti aspetti delle nostre anime: gli spiriti e gli dèi.

Il furetto Ananda ci avrebbe aiutato indossando maschere raffiguranti i volti terrifici degli spiriti, suonando campanelli, gettando la sua polvere magica sul fuoco causando fiammate, come nuvole di fuoco, che immediatamente svanivano nel buio e invitandoci a respirare incessantemente dalla bocca a mezzo di una respirazione potente. Quando, alle prime luci dell’alba, aprimmo gli occhi, l’eremita era davanti a noi, ci fissava. Si appoggiava a un lungo e robusto bastone, aveva i piedi nudi e sul volto la stessa imperturbabile espressione che aveva mostrato la sera prima.

La sua casa era la giungla, la sua famiglia i branchi di elefanti selvaggi che la popolavano, la sua legge composta da “più di un milione di regole”, come egli stesso diceva, era rappresentata dal rispetto del rigido codice di condotta degli asceti buddisti theravada. Lui ha insegnato ai miei bambini di soli quattro e sette anni ad arrampicarsi su pareti di roccia verticali con l’uso di liane, ad ascoltare gli animali e ad utilizzare possibilità che l’uomo ha dimenticato. Tutto ciò è servito ai miei figli a numerosi livelli, persino a migliorare le loro capacità cognitive.

Io, osservando in compagnia dell’eremita il volo delle aquile, ho appreso a restare immobile nella postura del loto, seduta a gambe incrociate, dal tramonto all’alba. L’immobilità prolungata conduce nei regni del dolore e della fatica dove, tra mille insidie, burroni, trappole, cadendo e risollevandoti, apprendi che non esiste alcuna minaccia reale che non sia nel tuo stesso modo di giudicare le sensazioni. I pericoli dell’esistenza sono dentro, non fuori di noi: sono nei valori che attribuiamo alle percezioni. La potenza naturale è giudicata negativamente dai valori percettivi nervosi comuni perché fa paura alla nostra civiltà.

L’immobilità prolungata risveglia la potenza naturale del corpo. L’individuo che comunemente è abituato a giudicare la forza della natura come dolore o fatica, non la riconosce nella sua vera essenza appena la avverte e la respinge. Trascorse nella immobilità meditativa o nella danza estatica, le notti nella foresta dello Sri Lanka sono state esperienze importanti, legate da un filo d’argento nella mia memoria, da un tema semplice e profondo: come si può imparare dal corpo muovendolo o immobilizzandolo oltre i limiti consueti.

Horton PLains e “la fine del mondo”

Horton Plains è un luogo da visitare fuori stagione, in pieno periodo delle piogge, da aprile a settembre, quando la presenza di altri esseri umani è praticamente nulla e le nebbie salgono dal “World’s End” (“la fine del mondo”), un precipizio di oltre 700 metri con cui l’altipiano di Horton Plains finisce improvvisamente, offrendo uno spettacolo straordinario e sconcertante.

Horton Plains è un luogo bellissimo, un insieme di foreste e prati d’alta quota attraversati da fiumi e ruscelli dalle acque pure e cristalline.

Ad Hortron Plains, sarà l’aria fresca dei 2000, sarà ciò che la particolare vegetazione trasuda, saranno i movimenti della nebbia che paiono avere una intelligenza che li guida, sarà la presenza delle grosse scimmie o dei cervi grigi, ci si trova in condizioni insolite. La mente si fa leggera e il cuore si apre.

Nelle nebbie di Horton Plains, se ti fermi a contemplarle, vedi riflesse le tue anime. Saltellando sui ciottoli per attraversare i ruscelli, scorgi, proprio dove l’acqua cristallina e la nebbia opaca si toccano, luoghi ancora inesplorati della tua psiche.

 

La scalata al Picco d’Adamo

Giungemmo ai piedi della montagna intorno alla mezzanotte. Un fiume segna l’inizio del percorso del pellegrinaggio, a quell’ora le sue acque erano gelide e nere. Nilan ci chiese di togliere le scarpe e bagnò con l’acqua nera del fiume le nostre teste ripetendo incessantemente sadhu, sadhu, sadhu. La parola sadhu significa beato e, secondo quanto ci diceva Nilan, avremmo dovuto ripeterla per tutto il tempo della scalata, onde propiziarci la benevolenza del dio Saman. “È tradizione che il pellegrinaggio sul Picco d’Adamo si compia durante la notte”, ci disse Nilan.

Nel buio, tra la pioggerella fastidiosa che a tratti cessava e a tratti pareva una persecuzione, non potevamo vedere il monte che dovevamo scalare.”Quanto è alto? Quanto dura il percorso? È molto scosceso o a tratti è pianeggiante?” Erano tutte domande che non potevano trovare una risposta oggettiva.

Così, nel buio più totale, iniziò la nostra scalata alla montagna sacra.

. Ero certa di essere sul punto di morire, vidi il serpente balzare contro il mio corpo e in quell’istante mi risuonarono nella mente le parole di Nilan: “Questo monte è sacro: la sua altezza dipende dal peso del karma che il pellegrino porta sulle proprie spalle, se riusciremo o no a raggiungere la cima, anche questo dipende dal nostro karma e dalla volontà del dio Saman”.

Pensai di avere un karma straordinariamente pesante e, nello stesso istante, mi sorpresi intenta a chiedere al serpente di darmi anche il suo karma , sentivo di volerlo vivere e risolvere per lui. Il miraggio scomparve all’improvviso, come un lampo nel cielo: l’immagine del serpente svanì l’attimo prima di toccare il mio corpo lasciando un’impronta indelebile di luce nel mio cuore. Ripresi ad avanzare e ad ogni scalino chiedevo alle piante, ai cespugli, alle salamandre e alle sanguine, agli uccelli notturni, ai rapaci e a tutti i serpenti di quel monte di darmi il loro karma affinché io potessi portarlo addosso, finii per chiedere il karma di tutta la terra e finii per sentirmi invulnerabile. Una forza incredibile si era impossessata di me. Corsi indietro per quegli scalini sui quali solo l’attimo prima non riuscivo nemmeno a camminare, raggiunsi gli altri, li invitai a respirare profondamente e a continuare a salire, dissi loro che avevo visto la cima e che era vicina, anche se non era vero.

Tutti ripresero coraggio e si rimisero in moto. Poi, come se dovessimo affrontare da soli l’ultimo tratto del percorso, ciascuno di noi si distanziò dall’altro e continuò a salire in silenzio. Io percorsi l’ultimo tratto della scalata, che durò forse mezz’ora, forse un’ora, saltando di corsa sui gradini, gridando il mantra che Nilan ci aveva insegnato. Ancora oggi, quando penso a quello che mi è capitato, a quello che abbiamo fatto, lo considero una magia. A ciascuno di noi è toccato il suo miracolo, a ciascuno la sua avventura e il suo risveglio.

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