Diario di Viaggio in Myanmar – dal 27 dicembre 2012 al gennaio 2013


di Selene Calloni Williams

Il Myanmar è un paese in cui una natura forte e generosa regala ancora il brivido della selvatichezza, come nello stato Chin, dove sono presenti oltre 150 tigri del Bengala. Un paese che incanta per la bellezza e l’antichità dei suoi templi dorati, che risplendono alla luce del sole e della luna avvincendo l’immaginazione dei viandanti.

 Ma la Birmania è un luogo magico soprattutto per la sua gente sorridente, che  è riuscita a mantenere in vita tradizioni antichissime capaci di presentare agli occhi del viaggiatore modi di essere uomini assai diversi.

Appena arrivati, ci lasciamo alle spalle la città, addentrandoci nelle campagne e poi nella foresta alla ricerca di realtà umane sempre più diverse da quella a cui siamo abituati, sicuri che dalla diversità abbiamo tutti molto da imparare.

Distese a perdita d’occhio di campi di riso accompagnano il nostro viaggiare fino al limitare della foresta.

Nelle aree più a est dello stato Shan, incontriamo la città di Kyaninge Tong, nel famigerato “triangolo d’oro”, dove si fa commercio di oppio e dove, malgrado i controlli governativi molto severi,  ragazze e persino bambine vengono nascostamente vendute, a volta dai loro stessi famigliari, oppure rapite e spedite oltre confine, nella vicina Tailandia.

Ma, al di fuori della città, si estende una fitta foresta collinare nella quale abitano, protette dalla natura, varie tribù. Gente che ancora oggi si sottrae alla cosiddetta civiltà, rifiuta la vita di città e preferisce la vita antica e selvaggia dell’umanità primitiva.

Camminando nella foresta incontriamo gli Akha, riconoscibili dal loro caratteristico copricapo borchiato.  La maggior parte degli Akha sono stati convertiti al cristianesimo e al buddhismo.

Continuando a camminare, assai più all’interno nella foresta, incontriamo gli Eng, una minoranza che ancora oggi mantiene intatte le tradizioni animiste. Siamo affascinati dai drappelli di uomini e donne che sono riusciti a mantenere in vita la religione di natura resistendo ai tentativi di conversione di missionari e colonizzatori . Gli Eng indossano vestiti neri e si tingono i denti di nero.

Presso gli Eng possiamo vedere il tempio animista: una capanna con il simbolo della fertilità: il fallo e la vulva rappresentati da dei legni, stanno a garantire la prosperità della tribù e anche l’unione di tutti gli opposti, di morte e di vita, che è così sentita presso gli Eng, come scopriremo tra breve.

La nostra guida, che parla il linguaggio dello stato Shan, diverso dal birmano, cerca per noi il capo villaggio che è anche lo sciamano della tribù. Vogliamo avere la possibilità di parlare con lui.

Quell’uomo, apertamente analfabeta, che vive di caccia e dorme in un pagliericcio ci appare dotato di una saggezza profonda e antica. Allora chiediamo di sedere intorno alla fioca luce di una candela all’interno della sua capanna per poter parlare con lui. Io gli do in mano persino un piccolo microfono collegato alla mia videocamera, e lui lo accetta ridendo.

Gli facciamo molte domande, abbiamo sete delle sue parole perché sono diverse, enormemente diverse da tutto ciò che chiunque altro potrebbe dirci.
Lui ci parla degli avi della tribù che vivono nella foresta. Il villaggio è la dimora dei vivi, la foresta quella dei morti. La foresta fornisce ai viventi i mezzi di sussistenza, permettendo la caccia, perciò la morte è il nutrimento della vita. Lo sciamano ci dice che gli spiriti della foresta sanno ogni cosa e che i vivi non hanno niente da imparare, devono solo saper chiedere. Gli Eng ci appaiono collegati ad una rete ben più vasta del nostro internet, ma quanto dureranno? Già nel 2000 il dott. U Min Naing autore di una approfondita ricerca accademica sui gruppi etnici del Myanmar scriveva degli Eng: “Gli Eng stanno lentamente sparendo.” “Devono essere fatti i passi necessari per registrare e documentare per tempo queste minorità in estinzione altrimenti nulla rimarrà di loro nel giro di 3-4 anni.” Di anni ne sono passati 13 da quanto U Min Naing scriveva e un sorriso ci appare nel cuore. Da secoli il nostro pianeta assiste al confronto tra le religioni sociali e la religione di natura. Quest’ultima sembra sempre essere la più fragile e cedere e sparire al sopraggiungere dei venti delle religioni sociali e della loro cultura. Ma se proprio in questa fragilità ci fosse invece la vera forza?

Che il richiamo della religione di natura sia nei nostri cuori appare evidente da come guardiamo lo sciamano: siamo già tutti innamorati di lui.

E lui ci parla a mezzo di un linguaggio poetico che entra in noi come ambrosia, nutrendo una sete che neppure conoscevamo di avere. “Cosa sono i sogni?” Gli chiede Cristina. E lui ci spiega che sono gli spiriti che ci vengono a visitare, gli spiriti che abbiamo incontrato nel nostro peregrinare diurno e che non abbiamo preso con noi. Quando camminiamo in una foresta o in una città tutto ciò che incontriamo è dotato di spirito e noi dobbiamo prendere con noi gli spiriti che ci riguardano, se non lo facciamo, essi ci vengono a trovare di notte, nei sogni.

La somiglianza di ciò che dice con i principi della psicologia profonda è straordinaria: nella psicologia del profondo tutto ciò che viviamo è visto come una nostra stessa immaginazione o proiezione dell’anima, dunque è uno spirito che noi stessi emaniamo espirando. Le nostre proiezioni vengono poi ritirate a mezzo dell’inspiro, perciò si dice che nell’espirazione si ha il giorno e nell’inspirazione la notte. La notte è il momento in cui riassorbiamo la realtà, ritiriamo le nostre proiezioni e gli spiriti ritornano all’anima che li ha emanati.

Lasciamo gli Eng con il cuore pieno di poesia, attraversando a ritroso la foresta, godendo di paesaggi naturali mozzafiato, nella luce avvolgente di un sole basso prossimo al tramonto, camminando tra erbe e cortecce profumate, seguiti dai bambini Eng che ci accompagnano ridendo e vociferando, ci sentiamo arricchiti e allo stesso tempo più leggeri.

Il nostro viaggio ci porta tra i meravigliosi paesaggi del lago Inle che chiamano la Venezia asiatica. Ci rilassiamo sulle gondole a motore che ci permettono di scoprire paesaggi lacustri densi di orti galleggianti e palafitte. Qui è abitudine fare coltivazioni sull’acqua, dicono che i pomodori, cresciuti nell’acqua del lago, siano i più succulenti del mondo. Le case, interamente in legno, appoggiano su palafitte e persino i monasteri sono sospesi su enormi pali, come il monastero dei gatti che saltano che deve il suo nome alla vecchia abitudine dei monaci che lo abitano di insegnare ai gatti a saltare in un cerchio.

È una magnifica serata: il cielo terso, è molto piacevole per noi farci trasportare sulle acque fino a che una gigantesca luna piena si alza all’orizzonte tra gli alberi, riempiendo il lago di uno scintillio luminescente.

Siamo estasiati da tanta bellezza, eppure la nostra ricerca non può essere condotta qui, in questi luoghi bellissimi, ma ormai presi d’assalto dal turismo. L’indomani all’alba partiremo per il remoto stato Chin.

Abbiamo dovuto ottenere dei permessi speciali per raggiungere questo stato dove le minoranze etniche hanno idee secessioniste e il governo centrale non ama che arrivino i turisti.

Le strutture turistiche qui sono praticamente assenti, sappiamo che non potremo avere i confort a cui siamo abituati, ma scopriamo che, nel mezzo del parco naturale che ricopre una vasta porzione dello stato Chin, i confort non servono e una casetta di legno che non crea nessuna seria divisione con la foresta ci permette di riposarci profondamente.

L’indomani ci attende la visita ai villaggi Chin.
I Chin sono popolazioni di origine Tibeto-Birmana, migrate dal Tibet alla Birmania in tempi remoti. I Chin si dividono in numerosi sottogruppi etnici: i Khami, i Chinbon, i Ton Chin, i Chin Pu, gli Yindu, gli Hueldo, gli  Zanniack, i Kuelshi, i Ngun, i Tashun, i Lisol, i Titan,  Saingyan, gli Siyin, i Tehyan, i Din, gli Zo, i Khaung saing, i Thado, gli Wanngo, i Maro … questa lunga lista ci fornisce l’idea della complessità e della diversità etnica di una popolazione numericamente esigua che, agli occhi di chi appartiene alla cultura della globalizzazione, appare incredibile. Ogni gruppo ha i propri costumi e le proprie tradizioni.

La lingua parlata nello stato Chin è ancora diversa da quella parlata nello stato Shan, perciò un’altra guida locale ci deve assistere. Le donne Chin si tatuano il viso. I vari clan utilizzano tatuaggi diversi per distinguersi e riconoscersi fra loro.

Siamo fortunati. Camminando per i villaggi incontriamo personaggi straordinari. Una donna centenaria che sbuccia fave e ci racconta di avere sei figli dei quali il più giovane ha ben settantotto anni.

E poco più un là, una donna una donna dal viso tatuato, non distante dal centesimo compleanno, suona il flauto con il naso.

Ancora qualche passo e ci imbattiamo nei bimbi che giocano nei pressi di una scuola. Poi la nostra guida viene a sapere che in una capanna del villaggio una donna malata sta per essere curata da una sciamana. Accorriamo chiedendo rispettosamente di poter assistere al rito. Siamo accolti con gioia nella casa della malata la quale ha gli occhi sbarrati. “È posseduta da uno spirito che le causa malessere”, ci dice lo sciamano del villaggio che ha invitato appositamente la guaritrice da un altro villaggio. Lui personalmente non poteva fare niente per quella donna, perciò ha chiesto l’intervento della collega.

Assistiamo al rituale di guarigione che appare proprio come un rito di esorcismo. Viene sacrificato un gallo che poi, diviso in quattro parti, verrà posto agli angoli del villaggio. La sciamana-esorcista accende candele e chiama gli spiriti, suoi aiutanti, dalla foresta, poi fa dei segni sul corpo dell’ammalata. Quest’ultima, alla fine del rito, appare rilassata e sorridente, ciò che é successo veramente non sappiamo, ma la cosa più straordinaria deve ancora accadere.

La sciamana-esorcista accetta di parlare con noi. Abbiamo molte domande da farle, ma lei non è interessata alle nostre domande in nessun modo. Ci prende le mani tra le sue mani, ad uno ad  uno, esercita una leggera pressione delle sue dita sulle nostre dita, ascolta il flusso del nostro sangue che scorre e poi ci racconta favole meravigliose che parlano di draghi, angeli, cavalli alati, laghi verde smeraldo, tesori nascosti, statue e strani animali che ci attendono nella foresta. Al primo momento ci sembra di essere storditi: non siamo abituati allo sguardo di qualcuno capace di vederci così profondamente. Sappiamo di essere mito, sappiamo di essere favole e sogni, ma che qualcuno ce lo dica così apertamente, una donna mai vista prima, una sconosciuta, veramente è una cosa talmente inaspettata da annientare ogni pensiero in noi. Cogliamo la poesia che ci viene regalata, lasciamo qualche soldo per la malata, assai poca cosa rispetto a quello che abbiamo ricevuto, ma non abbiamo altro. Ci sentiamo davvero poveri!

È già sera, dobbiamo fare ritorno alle jeep. Le favole della sciamana rimarranno in noi per sempre, ci hanno permesso di vedere in noi stessi e di cogliere in pochi attimi ciò che avremmo potuto inseguire per il resto della vita senza mai afferrare. Il sole sta tramontando: siamo grati a questo giorno che ci abbandona per tutto ciò che ha portato con sé.

Ci attendono gli sciamani di Bagan.

Gli inglesi la chiamavano Pagan, la città dei pagani, si tratta di una città antichissima. Bagan è stata la capitale del primo regno birmano, il regno dei Mon, fondato dall’imperatore Anawrata che portò il buddhismo in Birmania dallo Sri Lanka. Durante l’impero, tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo, nella vasta pianura di Bagan sono stati costruiti più di 10.000 templi buddisti, tra stupa e pagode, al punto che, si ritiene, la regione divenne desertica a causa della massiccia deforestazione dovuta alla necessità di procurare legname per i forni in cui si producevano i mattoni. Ad oggi rimangono circa 2.200 templi e pagode che offrono uno spettacolo surreale specialmente al tramonto, quando il cielo si fa infuocato e le guglie degli stupa emergono dalla nebbia che spesso di sera si alza nella pianura desertica: è uno spettacolo mozzafiato a cui assistiamo in silenzio con la sensazione di essere in un altro pianeta.

 A circa un’ora e mezza di macchina da Bagan vi è il leggendario Monte Popa, una montagna di origine vulcanica che si erge nel mezzo di una fitta foresta abitata dai Nat.

I Nat per il popolo birmano sono i Signori della Natura, gli spiriti che vivono negli alberi e possono proteggere e riempire di favori gli uomini, come possono esser loro avversi.

Gli sciamani di Bagan sono una mia vecchia conoscenza. Tutte le volte in cui ho visitato il Myanmar mi sono recata da loro per chiedere di partecipare ai loro riti e conoscere sempre un po’ più da vicino i Nat, che sono al centro dello spirito animista birmano. Prendiamo alloggio in un eco resort  sprofondato nella foresta, dove gli sciamani ci raggiungono con i loro tamburi e i loro costumi per una serata davvero unica.

Danzando e cantando gli sciamani evocano gli spiriti. Nella trance prodotta dalla musica, dal canto, dal ballo, gli sciamani vengono posseduti dagli spiriti e se ne fanno canali. Ogni Nat arriva con le proprie caratteristiche mitologiche: il Signore della Grande Montagna, per esempio, esprime la propria forza costringendo lo sciamano che lo impersona a tagliarsi con la lama di una spada, a farsi colare cera sul viso e sulla lingua, a passarsi il fuoco di molte candele sulla pelle e a mangiare fuoco. Il Signore della Grande Montagna era un giovane fabbro, un maniscalco celebre per la propria forza. Il re, temendo che la forza del giovane potesse minacciare il proprio trono, lo fece legare a tradimento al tronco di un albero e lo fece bruciare vivo. Tutti i Nat sono morti in circostanze tragiche, giacché essi rappresentano le possenti forze dell’anima selvaggia, gli aspetti arcani dell’Io istintuale, repressi e dimenticati dalla mente nell’esasperazione del modello simbolico patricentrico sul quale si fonda la cosiddetta cultura moderna.

Uno sciamano omosessuale che conosco e apprezzo da molti anni per le sue doti da trasformista, impersona molti Nat cambiando trucco e costumi.

Ma la più bella rimane sempre lei, la mia carissima sorella di cuore, la sciamana che impersona i Nat femminili più dolci: l’Orchessa, la Regina del Nord e Thounban Hla, la dea tre volte bella, a cui ho dedicato un libro (Thounban Hla, la Leggenda), un sito internet (www.libromagico.org) e molti sogni…

La sciamana, che io chiamo Thounban Hla, identificandola a pieno con la dea, ha un messaggio per noi da parte dei Nat: “Ricordatevi sempre che siete amati”, è tutto. Come potrebbe esserci altro?

 Nei giorni seguenti Thounban Hla ci invita nella sua casa. Siamo carichi delle immagini magiche del nostro viaggio che sta ormai volgendo alla fine e questo invito, per il gruppo inatteso, ma per me abituale, ci appare come l’occasione per fermare il tempo, riassumere, assimilare e infine purificarci per far ritorno al mondo ordinario consapevoli dei tesori conquistati.

Entrando nella sua casa, la sciamana ci presenta innanzitutto il suo unico figlio che suona per noi la meravigliosa arpa birmana dal suono dolcissimo. Poi ci offre caramelle al tamarindo, acqua, frutta, felice di averci nella sua dimora: una capanna con le pareti di foglie di palma intrecciate e il tetto di bambù.

Scopro che nel punto più sacro della casa, sopra l’altare domestico, insieme a qualche statuetta dei Nat c’è una copia del mio libro dedicato a lei, agli sciamani birmani e ai Nat: sono commossa.

Ci sediamo tutti intorno a lei per sentirla parlare, di che cosa non sappiamo, qualsiasi cosa andrà bene. Alla fine di questo viaggio a tutti noi è chiaro che la gente che vive a contatto con la natura sa lasciarsi ispirare dagli dei, dai Nat, dai Signori della Natura e voler programmare gli eventi significa quasi sempre sciuparli. Ci sediamo per terra, siamo un po’ stanchi, ma la stanchezza gioca a nostro favore perché contribuisce a disarmare la mente, siamo profondamente rilassati. Arriva anche il marito della sciamana, grande suonatore di tamburo, ci sorride. Lei è bellissima nella penombra della capanna. Sceglie di parlarci di suo marito ma … meraviglia … non parla dell’uomo che è entrato nella capanna e sta al nostro fianco, bensì di uno spirito, un Nat. Tutti gli sciamani, ci spiega, hanno un sposo o una sposa sotterranea, o celeste. Poiché la terra è il sogno del cielo e il cielo è il sogno della terra, dire celeste o sotterraneo cambia assai poco, come dire yin o dire yang. La nostra mente è sempre più disarmata e la favola ha inizio. Lei ci racconta del suo meraviglioso matrimonio mistico. “Lei era la ragazza più bella a scuola e cantava magnificamente!” dice suo marito, quello terreno, di carne e ossa. “Io ero follemente innamorato di lei, ma anche un Nat era innamorato di lei e io ho dovuto attendere.” “Mi sono sposata con il mio Nat”, dice lei, e racconta di una straordinaria festa, invitati, abiti meravigliosi: tutti gli elementi di una grade cerimonia nuziale erano presenti, sennonché lo sposo era uno spirito. “Solo dopo il mio matrimonio spirituale ho accettato di sposare mio marito”, dice ancora lei, e indica l’uomo che le sta di fronte. Ogni venerdì notte, ci racconta la sciamana, il marito terreno viene lasciato da solo perché lei torna nella casa dei propri genitori dove dorme sola nel suo letto di ragazza per accoppiarsi con il suo sposo celeste.

La sciamana si racconta sorridendo e noi comprendiamo che per lei il suo sposo celeste viene prima di tutto, è la presenza più importante nella sua vita, è colui che gli dà la conoscenza e il potere sciamanico. La vera conoscenza è eros, poiché è energia creativa. Dov’è che la nostra cultura ha dimenticato? Quando è stato che siamo divenuti prigionieri dell’oggetto?

La sciamana continua a parlare e comprendiamo molto in pochi attimi. Tutte le persone che hanno uno sposo sotterraneo o una sposa celeste e non ne sono consapevoli hanno una vita dura fino a che non accettano il matrimonio mistico, fin tanto che non dicono di sì allo spirito. Nessuno che è amato da uno spirito può avere una vita di coppia appagante fino a che non ha detto di sì innanzitutto all’amante invisibile. L’amante mistico appartiene al regno delle ombre, al mondo dei sogni, degli avi, del doppio animale, dell’anima selvaggia, dell’Io istintuale, della notte, dell’Ade: il regno dell’invisibilità.

Dire di sì allo sposo sotterraneo o alla sposa celeste è dire di sì all’Ombra. Quand’è che la nostra cultura ha perso il coraggio?

“Ho raccontato la tua storia nel mio libro, Le Carte dei Nat”, dico alla sciamana. Lei mi guarda, apre le braccia e scoppia a piangere, allora piango anch’io e ci abbracciamo.

Nel lasciare la sua casa siamo tutti in uno stato di trance, lei ci saluta da lontano. Stiamo partendo ma nessuno ha la sensazione di andare via. Si lascia un individuo, si lascia un luogo, un oggetto, ma non si possono lasciare le anime, quando le abbiamo, dopo tanto peregrinare, ritrovate.

Un viaggio del fare anima non ti porta in nessun luogo, se non là dove ti trovi da sempre, e ritrovarsi è commuovente.

Non possiamo lasciare il Myanmar senza recarci in un centro di meditazione Vipassana per fare da vicino l’esperienza della meditazione.

Dopo tanto contatto con la religione di natura, l’incontro con l’istituzione monastica ci segnala che abbiamo lasciato il regno dell’anima selvaggia e stiamo facendo ritorno a casa. Ma l’anima selvaggia non è solo un ricordo, essa è una forza che prende sempre più spazio dentro di noi. Abbiamo la netta sensazione che le immagini che abbiamo visto nel nostro viaggio resteranno dentro di noi come semi, capaci di dare i loro frutti al momento del bisogno. Abbiamo costruito ricordi che sono, in verità, chiavi di attivazione.