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07

Chi vede Ouessant, vede il proprio sangue

Reportage di un viaggio sull’isola di Ouessant
di Ar-Den

Ouessant è un isola che si trova al largo di Brest, sulla punta della Bretagna, i cui primi insediamenti umani accertati risalgono a 1500 anni a.c. Fatta a forma di granchio, è famosa sia per la bellezza “lunare” dei suoi paesaggi che per i naufragi attorno alle sue coste difese da secche e scogliere e vigilate da fari e sirene a vento. Difficile dare un’ etimologia precisa al suo nome; per alcuni sarebbe l’isola del dio celtico Heutz, e quindi, in ragione della figura di tale dio, Ouessant sarebbe “l’ isola spaventosa”, per altri deriva dal termine gallico Uxisama , da Uchel , quindi significherebbe “isola estrema”. Entrambi i significati si sposano benissimo con la sensazione che i suoi paesaggi destano al primo colpo d’occhio del visitatore.

Ci andai una prima volta vent’ anni or sono, in un periodo di tempeste.

Appassionato di foto, scesi lungo la scogliera accanto al faro di Creac’h col desiderio di avvicinarmi a quegli elementi scatenati, quasi a cercare un’intimità piu’ profonda con quella meravigliosa violenza, tentando di rubarne un po’ tramite la celluloide, per averla sempre con me, come in quel momento. Scattai il piu’ rapidamente possibile e risalii, avendo il tempo di vedere un’onda enorme spazzare il punto in cui ero pochi istanti prima. Questo ricordo non mi ha mai abbandonato, e il mio desiderio di tornare, per di piu’ con un gruppo di amici ora si avverava.

 

Siamo partiti di notte con un Ford Transit a nolo, e ci siamo buttati lungo i millecinquecento chilometri che ci dividevano da Brest. Le chiacchiere si facevano via via piu’ rade man mano che il sonno avanzava, e gli autisti si alternavano al volante ogni due ore per non rischiare affaticamenti eccessivi.

All’aeroporto di Brest ci aspettava un otto posti che ci avrebbe portato sull’isola… Mi sentivo a casa, come se questa isola fosse veramente la mia terra natia. Infine, dopo due passi e un po’ stanchi, tutti zitti davanti ad un velato tramonto che spalmava raggi pastello via via piu’ tenui sopra un mare verde grigio. Regnava una calma assoluta, ferma, imperturbabile; una pace profonda accompagno’ la notte, rotta solo dalle lame di luce dei fari: due colpi bianchi ed uno rosso di Stiff, tre fasci bianchi quello di Creac’h.

L’indomani il tempo era ancora bello pur se un po’ ventoso; partimmo alla volta delle “rocce lunari” sulla strada per Pern. “Qui voit Ouessant voit son sang” cita un proverbio locale. La luce del mattino saturava i colori, le rocce dal rosso volgevano al marrone, lo sguardo spaziava all’infinito e soprattutto aria, tanta aria. Un’aria da respirare, da cui farsi possedere, da assorbire in ogni poro della pelle. Dava un senso di totale libertà, di gioia, di potere. Intorno a noi ancora qualche casa circondata da alti muretti in pietra atti a proteggere giardini e orti dal vento, il faro di Creac’h, poi prati resi ondulati dalla rabbia delle tempeste, infine la maestosità delle rocce a picco sul mare.

Piccoli fiori tra l’erba già rada, licheni colorati sulla pietra, odore di sale, folate di vento, fragore del mare, belati lontani, grida di gabbiani, riflessi delle onde, spuma bianca; tutto si mischiava nei sensi, ed i sensi non bastavano piu’. Ci sarebbero volute tante braccia per toccare, tante orecchie per sentire, tanti occhi per vedere contemporaneamente il cielo, le nuvole, il mare, il fondo del mare, gli scogli, gli animali; saliva il desiderio di percepire il vento come lo percepisce un filo d’erba, il mare come lo vive uno scoglio, gustare questa bellezza dall’alto, planando come un gabbiano. Veniva voglia di gridare, ridere, ballare.

La natura ci penetrava, faceva violenza ai sensi, alla pelle e al corpo per entrare. Gli occhi si aprivano di piu’, le narici vibravano, e una grande gioia ci invadeva . avremmo voluto tenerla sempre con noi, questa amante. Avremmo voluto avere corpi diversi, per vivere tutto questo caleidoscopio di vita; la materia era il limite, l’impossibilità e la paura di perdersi dissolvendosi in lei. E forse, questa bellezza terribile, questa forza potente e sessuale a cui non siamo abituati ci disorienta un po’, ci spaventa.

Siamo rimasti parecchio tempo in quel prato scosceso vicino al mare, a turno parlando di cio’ che si era vissuto e di cio’ che ci preoccupava, ma certo ognuno serbando qualcosa d’inesprimibile nel proprio profondo personale.

Il sole allungava le ombre delle rocce, era l’ora di tornare, e cominciai a comprendere il senso di “qui voit Ouessant voit son sang”. Sulla terrazza dell’Hotel un’altra meraviglia del posto; una birra scura che scivolava in gola aggiungendo beatitudine a beatitudine. Ebbi la conferma che gli dèi abitano quest’isola.

 

Ma quali dèi?

La tradizione celtica comprende molte divinità legate all’acqua, ma si parla spesso di sorgenti, di fiumi, assai raramente di mari. In genere vi sono riti legati alla terraferma. I nemici poi vengono sempre dal mare, ed il regno dei morti è “oltre il mare”. A cio’ occorre aggiungere che i Celti, in origine relativamente poco numerosi, si sono uniti a popolazioni locali, delle quali nella fase di “celtizzazione” hanno assorbito in parte la cultura e le tecniche. Hanno certo imparato a costruire navi e a navigare, ma in origine sono un popolo che si è espanso sempre via terra, ed è nato da civiltà con scarsa propensione al mare.

Chi erano dunque le popolazioni incontrate durante la loro colonizzazione in Bretagna? Esponiamo qualche ipotesi, e arriviamo a definire un’altra etnia; quella dei “Veneti”, che Cesare descrive come razza di abilissimi marinai, dotati di una flotta molto avanzata per la pesca ed il commercio, padroni di coste e porti. I Veneti insomma sono un popolo diverso, per provenienza e tratti somatici, che i Celti erano felicissimi di accettare in quanto ne riconoscevano l’importanza marinara e strategica. Ma possiamo andare oltre con le nostre ipotesi. Gwened, insieme a Venezia e Vannes, città fondata dai “Veneti” proviene dall’antico celtico vindo che significa bello, bianco, biondo, sacro e di buona razza. Il biondo e il bello , possono essere legati alla descrizione di un popolo certo diverso dai Celti; il bianco poi, oltre che definire un colore della pelle, era simbolo del sacro, di una razza superiore. (I druidi , sacerdoti celtici, depositari della conoscenza, vestivano sempre di bianco, in quanto colore della divinità). Se quindi accettiamo che i Veneti erano presenti in Bretagna prima dei Celti, prima della colonizzazione romana, da dove sono venuti? Possiamo solo fare delle ipotesi ricollegandoci a Platone, ed al mito di Atlantide. Atlantide era un’isola al di là delle colonne d’Ercole, quindi nell’Atlantico, dove si era sviluppata una razza marinara altamente colta ed avanzata. La loro divinità era, secondo Platone, assimilabile a Poseidone, (affinità con Polluce) e fu solo a seguito di “una catastrofe situabile 9500 anni prima della nostra era, che l’isola scomparve, in una notte fatale”. Sempre secondo Platone gli Atlantidei si accingevano a conquistare e colonizzare tutto il bacino del Mediterraneo, ma, vista la loro abilità di navigatori, non si puo’ escludere che molti di loro siano riusciti a raggiungere le coste atlantiche. Le affinità di culti tra Atlantidei e Veneziani, nonché una differenza di razza tra loro ed i Celti, potrebbero sostenere questa affascinante tesi, anche se dobbiamo forzatamente rimanere nel campo delle ipotesi.

Nei giorni successivi al nostro arrivo abbiamo girato tutta l’isola, ognuno esplorando, in una terra mitica, i propri miti personali, osservando se stesso…E quale posto migliore per meditare della Pointe de Pern, in una giornata un po’ grigia, dopo un mattino in cui il mare si è presentato fumante di bruma? Un luogo assolutamente unico. Mare e Venti vi hanno creato un ambiente non appena si svela uscendo dal vallone, lascia ammutoliti. Siamo alla presenza di una bellezza oscura, che quasi incute timore…Siamo in un luogo dove un dio certo non basta, e gli antichi dèi, scacciati un po’ ovunque, vi hanno stabilito la loro eterna dimora. Sono li’ si sentono, e vento e mare ne hanno forgiato i volti nelle rocce. E’ uno di quei posti al mondo dove rimani col cuore in gola, preso da commozione, devozione.

Pointe de Pern è un altare del mondo, come Bagan , in Birmania, Horton Plane in Sri Lanka, il deserto bianco di notte, in Egitto, il massiccio dell’ Everest , in Tibet. Non possiamo che fermarci in silenzio, ognuno con le proprie sensazioni.

Vi lascio con un estratto preso dalla rivista “Ar Men”scritto da Jean Pierre Abraham , uno degli ultimi guardiani dei fari, in bicicletta alla Pointe de Pern. 

“Senza dubbio questo è il luogo in cui le tempeste sono piu’ spettacolari, ma confesso che nel venticello da nord delle prime ore del mattino che rendeva l’onda corta e spumeggiante e l’aria viva e tersa sono stato preso da una vera commozione. Sacra. Da un’emozione preistorica . Qui non si discute piu’, non si parla piu’: si comprende che si è in uno dei luoghi piu’ spiritualmente elevati del mondo, e si comprende la vera bellezza.”

 

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